martedì 1 febbraio 2011

La mente, il cancro, il misterioso effetto placebo e le guarigioni inspiegabili

Ripropongo un articolo che ho trovato in rete e che parla di ciò che può succedere quando siamo spinti dalla forza di volontà e dalla forza d'animo a reagire con forza ad un problema anche grave.
L'articolo ha bisogno di pochi commenti.

a cura di Salvo Catania, tratto da qui.

Può una persona guarire da asma, ipertensione, malattie cardiache semplicemente assumendo acqua fresca o pillole di zucchero?
Sostanze con azione farmacologia, ad esempio un sonnifero, hanno l’effetto sull’organismo anche se somministrate all’insaputa della persona.
Ma paradossalmente vale l’inverso: sostanze inerti, inattive, cioè prive di azione farmacologia, talvolta hanno effetto terapeutico, se vengono presentati al paziente come efficaci.
Nella mia vita professionale ho un esempio illuminante accaduto circa 30 anni fa, che mi ha insegnato che il solo fatto di sottoporsi a qualsiasi terapia giova ai pazienti. Decidere di recarsi dal medico di fiducia, essere rassicurati, essere visitati (importante il “contatto”), ottenere una prescrizione, tranquillizza il paziente, ne riduce lo stress, l’ansia e ne rafforza la capacità di guarigione.
Luigi era il paziente “mascotte” del reparto di chirurgia generale dove lavoravo come assistente chirurgo. Ricoverato da mesi, curato e coccolato dai medici e dal personale. Ma nonostante ciò la sua vita era un vero inferno.
Affetto da una arteriopatia obliterante degli arti inferiori, trascorreva notte e giorno insonne, seduto sul letto, tormentato da dolori terribili e resistenti a qualsiasi trattamento. Tutti noi medici del reparto, affiancati dai consulenti neurologi e terapisti del dolore, ci eravamo impegnati invano a lenire le sue sofferenze per questa malattia che nel giro di due anni si era aggravata al punto da rendere necessaria l’amputazione di entrambe le gambe.
A Luigi venivano praticate terapie a tutte le ore e lui le sopportava senza mai fare storie. Con una eccezione però: la “maledetta puntura delle 16”, quella che irritava evidentemente i glutei di Luigi aggiungendo nuove sofferenze. Luigi aveva espresso più volte il desiderio di “saltare” la terapia delle 16 e con il senno del poi, trattandosi di uno dei tanti ricostituenti che con gli anni si sono dimostrati assolutamente inutili, tuttora non riesco a liberarmi di un certo senso di colpa nei confronti di Luigi al quale noi medici avevamo imposto, pur in buona fede, una sofferenza inutile. Ricorderò sempre quella sera di guardia in ospedale proprio la vigilia di Natale: una infermiera mi informa che Luigi a causa di un trasferimento in radiologia per un esame diagnostico, aveva saltato la famigerata puntura delle 16 e che non se la sentiva di proporla ad un paziente già insonne, come sempre del resto...
Sono andato io allora a proporla, presentandola come un nuovo miracoloso sedativo, un po’ doloroso, ma molto efficace (una vitamina iniettabile).
Da quel giorno Luigi non potè più fare a meno del “sedativo…quello forte“, che ebbe un effetto veramente miracoloso per più di un anno, sino a che un collega, zelante…. “per ragioni etiche”(sic!), pensò bene di svelare lo stratagemma, col risultato di rompere definitivamente il giocattolo, che aveva tenuto in vita il nostro paziente. Luigi morì qualche mese dopo tra atroci dolori, nonostante il ricorso generoso alla morfina.
Luigi era stato ingannato da me con “un placebo”, che si usava prescrivere soprattutto per chi lamentava disturbi per i quali non si trovava alcun riscontro fisiologico, o per chi soffriva d’ansia e depressione. Il placebo quindi può essere considerato un farmaco “finto” per “compiacere”, accontentare il paziente.
La parola placebo infatti deriva dal latino placere e significa piacere, accontentare e nella sua accezione immediata suona quasi a scherno.
In realtà sussiste una interpretazione più profonda che rifacendosi al Salmo 114 (placebo domine in regione vivorum ) associa il placebo alla vita.
La definizione medica viene riportata per la prima volta nel Quincey’s Lexicon del 1787, dove l’effetto placebo viene definito come “medicamento usato più per piacere che giovare al malato “.
Ma non è solo sui malati immaginari ,”accontentati” dai medici con la somministrazione di pillole di zucchero che agisce l’effetto placebo: esso può provocare il cambiamento di alcuni parametri biologici e fisiologici nell’organismo. Ciò è stato dimostrato da numerosi studi.
Quando nella sperimentazione di un nuovo farmaco se ne vuole controllare l’efficacia, questo viene confrontato con un placebo (amido o zucchero ) e se i risultati sono significativamente diversi da quest’ultimo, il farmaco viene promosso come efficace.
Nei dettagli, quando si fa una sperimentazione, vengono somministrati prodotti uguali nell’"aspetto" a più gruppi di pazienti omogenei, in genere 3 gruppi:

-un gruppo di pazienti che non riceve alcun tipo di trattamento, e per questo viene chiamato gruppo di controllo.
-un gruppo di pazienti che riceve il trattamento vero.
-un gruppo di pazienti che riceve un trattamento con solo placebo identico nell’aspetto al prodotto vero, tranne per l’assenza del principio farmacologicamente attivo.

Ovviamente trattandosi di una sperimentazione “cieca”, nessun paziente di entrambi i campioni deve sapere se sta assumendo il farmaco o il placebo.
Non solo, neanche i medici sperimentatori devono conoscere il contenuto dei prodotti perché potrebbero involontariamente suggestionare il paziente.
Questa cautela nella sperimentazione chiamata “double-blind control” o “doppio cieco” è considerata l’unica strada percorribile per valutare correttamente i risultati di un esperimento in medicina, in psicologia ed in parapsicologia .
Questa è la critica che spesso viene fatta alla medicina alternativa quando si rifiuta di sottoporsi ad un simile controllo.
E’ a tutti chiaro che la valutazione dei risultati, anche di una sperimentazione rigorosamente imparziale, non è sempre immediata ed attendibile, perché inevitabilmente occorre tener conto del fatto che qualunque sperimentatore possiede una sua psiche che può in qualche modo influire sulla valutazione dei risultati.
E’ stato ampiamente dimostrato che le aspettative, i preconcetti o semplicemente determinate informazioni che lo sperimentatore possiede, possano condurlo a fraintendimenti dei dati osservati.
Dicevamo che l’effetto placebo è veramente sorprendente!
Nelle sperimentazioni “a doppio-cieco” ad esempio, a dimostrazione che ricevere una terapia anche se finta è già terapeutico, il gruppo trattato con placebo presenta quasi sempre un un miglioramento rispetto al gruppo di controllo che non riceve alcun trattamento: in media addirittura il 30 per cento. Di questo bisogna tenerne conto quando si valuta l’efficacia dei trattamenti non convenzionali come la pranoterapia, l’omeopatia, e altre novità New Age.


Una pillola “finta” può ridurre i dolori cronici, l’asma, l’ipertensione, l’angina pectoris..
Somministrando una bevanda analcolica, dicendo invece che si tratta di alcool, si può provocare una leggera sensazione di ebbrezza .
Provate, io l’ho fatto, ad offrire una birra analcolica di marca sconosciuta ad un bevitore abituale di birra e prestate ascolto agli esilaranti commenti. di quest’ultimo….!!!
Chi assume placebo può avere addirittura effetti collaterali (effetto nocebo).
Anche il nocebo è un fenomeno molto importante nella pratica clinica oncologica. Gli oncologi ed i medici in generale, ne dovrebbero tener conto soprattutto quando “mettono le mani avanti “ nell’enfatizzare gli effetti collaterali dei farmaci antineoplastici che chiaramente non si possono nascondere anche per ragioni di ordine medico legale. Ma occorre tener presente che uno stato mentale orientato ossessivamente in modo negativo verso la malattia o il farmaco impiegato, può spiegare la diversità degli effetti che si registrano da paziente a paziente.
Uno studio comparso sul Word Journal of Surgery (J:W:L: Fielding,3:390,1983) racconta di un gruppo di pazienti affetto da carcinoma dello stomaco a cui era stata somministrata solo una soluzione fisiologica (acqua !!!!!) invece del farmaco specifico. I malati, convinti di essere sottoposti a chemioterapia, presentarono in un terzo dei casi una vistosa caduta dei capelli, uno degli effetti collaterali meno bene tollerati dai pazienti oncologici in trattamento con i farmaci antitumorali e che in misura variabile incide da un minimo dell’1% ad un massimo del 50-60% dei casi trattati. E se questa variabilità di incidenza di effetti collaterali dipendesse oltre che dal paziente anche “dalla entità” di nocebo somministrata dal medico prescrittore?
Volenti o nolenti, il placebo, ma anche il nocebo, ci costringe a riesaminare le nostre conoscenze rimettendo al centro dell’indagine scientifica, l’uomo nella sua interezza e globalità.
Mente e corpo interagiscono in modo complesso, a livelli diversi, per realizzare quelle specialissime condizioni di attivazione che permettono l’accesso ad un meccanismo di autoguarigione.
La suggestione da sola non basta a spiegare l’effetto placebo. La pietra miliare nell’indagine scientifica dell’effetto placebo è sicuramente quella riportata dalla rivista The Lancet (D.Levine et al. 2-23,654,1978): per la prima volta gli effetti sorprendenti del placebo venivano ricollegati ad uno specifico assetto dei neurotrasmettitori cerebrali, le molecole deputate alla trasmissione delle informazioni dentro e fuori il cervello. In quello studio venivano presi in considerazione due gruppi di pazienti affetti da forte mal di denti.
Al primo gruppo fu somministrato un placebo e, come atteso, si verificò una riduzione significativa del dolore, Anche il secondo gruppo ricevette il placebo, ma mischiato al naxolone, un antagonista recettoriale delle endorfine, cioè in grado di bloccare la liberazione di endorfine, che sono neurotrasmettitori deputati in particolar modo a innalzare la soglia del dolore e indurre quindi uno stato di analgesia (assenza del dolore ).
In questo gruppo di malati l’effetto placebo risultò sorprendentemente ridotto a dimostrazione di come il placebo agisse, almeno in parte attraverso la liberazione di endorfine.
La contemporanea somministrazione di un antagonista specifico, il naxolone, ne aveva bloccato la liberazione.
Studi successivi (Gracely, Nature, 1983) hanno documentato che l’effetto placebo dipende dalla liberazione di endorfine, ma non esclusivamente e che comunque la risposta analgesica ottenuta in corso di ipnosi è del tutto svincolata dalla eventuale liberazione di endorfine, considerato che la somministrazione di naxolone, in corso di ipnosi, non la inibisce affatto (E. Goldestein et al. in Proceeding of the National Accademy of Sciences, 95:2041,1975).
Qualunque sia il meccanismo sotteso all’effetto placebo, e sicuramente si tratta di un meccanismo alquanto complesso, questo può indubbiamente costituire un substrato neurobiologico che presiede alle “guarigioni impossibili “, che come ricorda Lewis Thomas costituiscono “l’ipotesi tenue cui aggrapparsi con forza nella ricerca di una cura “.
Del resto se esiste una “guarigione spontanea“ inspiegabile deve altresì esistere una biologia della guarigione spontanea.
Ed è sulle tracce di questa che vogliamo metterci per individuare quei meccanismi che presiedono all’innesco e alla attivazione del GUARITORE INTERNO così ben delineato nel libro “la MENTE e il CANCRO” (ed. Frontiera 2000) di Mariano Bizzarri.
Ho conosciuto Mariano Bizzarri ad una cena a Milano organizzata dall’Associazione Attivecomeprima il 18 gennaio del 2000 .
Seduto di fonte a lui, che si mostrava affascinato (almeno così…mi ha lasciato credere !) dal mio resoconto su un viaggio nel deserto del Tenerè, io impaziente non resistevo alla tentazione di sfogliare e di “sbirciare” dentro le prime pagine del Suo libro appena pubblicato e che merita senz’altro di essere letto.
Mariano Bizzarri nei suoi libri, senza cedere alla tentazione di facili scivolamenti nella medicina alternativa, rimane saldamente ancorato alla medicina scientifica. Parla di guarigioni miracolose delle verruche con l’ipnosi e l’autoipnosi, ma fa riferimento sistematicamente a riviste prestigiose e studi rigorosissimi della medicina convenzionale. Trattandosi di un medico oncologo dal curriculum impressionante, cerca di dare una spiegazione scientifica al placebo, allo stress e alla reazione all’evento stressante, alla ciclicità e ai bioritmi, all’influenza dei fattori cognitivi e affettivi per l’insorgenza e il decorso delle malattie organiche ivi compreso il cancro.
Nel suo libro la MENTE e il CANCRO Mariano Bizzarri racconta l’esempio più classico di placebo meglio documentato e convincente della letteratura e cioè quello molto noto come il “caso dell’amabile signor Wright”.
Non esiste medico che non abbia avuto notizia o personalmente constatato di un paziente ammalato di cancro e guarito nonostante tutto, a dispetto della gravità del suo stato e della mancanza di esaurienti spiegazioni mediche.
Il caso dell’amabile signor Wright, documentato dallo psicoimmunologo Bruno Kopfler nel 1952 costituisce una testimonianza esemplare. Il signor Wright era affetto da linfoma, una neoplasia maligna che interessa i linfociti T, cellule specializzate del sistema immunitario, e che tende a localizzarsi a livello delle stazioni linfonodali dando luogo a sviluppo di masse spesso imponenti. Dopo avere sperimentato con risultati scarsi o nulli le terapie convenzionali, i medici si erano resi conto che al paziente restava ben poco da vivere. Le masse a livello dei linfonodi superficiali avevano raggiunto le dimensioni di una arancia, le metastasi avevano attaccato numerosi organi vitali, in particolare il polmone.
Le cure dei sanitari si limitavano ormai al minimo, in attesa della inevitabile fine. Ma il signor Wright di morire non aveva affatto voglia. Aveva letto di un nuovo farmaco sperimentale, il Krebiozen, ed era fermamente intenzionato a provarlo. Il Krebiozen risultò ben presto privo di qualsiasi efficacia, ma nel frattempo si era diffusa la voce che potesse assicurare guarigioni miracolose. Wright tanto fece che riuscì a convincere il medico di reparto a includere il suo nome nella lista degli ammalati sottoposti a sperimentazione con il nuovo preparato. il sanitario gli iniettò il farmaco un venerdì sera e se ne andò a casa.
Di ritorno il lunedì mattina, si aspettava di trovare il paziente già morto, date le precarie condizioni in cui lo aveva lasciato. Quale non fu la sorpresa nel vederlo a spasso nel corridoio conversando amabilmente con infermieri e portantini. Le masse superficiali si erano ridotte del cinquanta per cento e la respirazione non era più affannosa. Dopo 10 giorni dalla prima somministrazione del preparato “miracoloso” il paziente non presentava più alcun segno visibile di malattia e potè essere dimesso con la diagnosi di “remissione completa”. Il placebo aveva funzionato!
Purtroppo di lì a poco cominciarono a comparire sulla stampa i servizi sull’inefficacia del Krebiozen e Wright fu tra i primi a leggerli.
In capo a due mesi si ripresentò in ospedale con i classici segni della ricaduta. Il medico pensò di sfruttare a quel punto l’effetto placebo, convinto com’era che nel caso della spettacolare remissione fosse in gioco un qualche fattore che avesse poca attinenza con la biochimica e molta invece con la testa del paziente (=la fede nel farmaco). Informò quindi il signor Wright che sarebbe stato sottoposto a una nuova sperimentazione con un nuovo derivato del Krebiozen, rinforzato e più potente.
Il signor Wright, persona di indole docile, acconsentì. Dopo avere messo in atto un elaborato cerimoniale, facendo aspettare il paziente per lunghi giorni in ansiosa attesa, il medico gli somministrò un sostituto inattivo del Krebiozen, cioè un placebo. Entro pochi giorni dall’iniezione le masse linfonodali cominciarono a regredire e il versamento pleurico a scomparire.
Wright era stato restituito di nuovo alla vita. Lasciò l’ospedale e per i mesi successivi godette di ottima salute. Questa nuova tregua si interruppe drammaticamente quando l’American Cancer Association diede l’annuncio ufficiale: il Krebiozen era del tutto privo di efficacia nel trattamento del cancro.
A distanza di pochissimi giorni dalla lettura di quel comunicato il signor Wright ricomparve in ospedale con il corpo disseminato di tumefazioni.
Come ebbe a dire il medico curante “ la sua fede era perduta, l’ultima speranza svanita “.
Il paziente morì due giorni dopo…
Di fatto la fede e la speranza, due parole chiave nella biologia delle guarigioni straordinarie e inspiegabili, crollarono all’annuncio dell’American Cancer Association e il signor Wright non aveva più trovato nulla, né fuori, né dentro di sé cui aggrapparsi.
Quel suo stato mentale, così speciale, che lo aveva portato ad attivare non si sa bene quali energie e quali segrete risorse, era stato innescato e mantenuto in attività da una suggestione effimera (LA FEDE nel farmaco!) ed era perciò destinato a dissolversi con il dissolversi della suggestione stessa.
Tuttavia l’esempio molto noto è indicativo di come una credenza, una fede, un forte convincimento, un fatto mentale, induca trasformazioni tali nella mente e nel corpo da attivare potenti ed efficaci difese contro una malattia considerata inguaribile.

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Alla prossima.

29 commenti:

  1. Interessantissimo!
    Soprattutto la storia del signor Wright.
    Adoro gli aneddoti di questo tipo.

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  2. Si tratta di un articolo estremamente interessante; sembra chiaro che le capacità degli individui di guarire "per fede" siano però diverse dall'uno all'altro. Esistono studi recenti che hanno fatto passi avanti sullo studio del fenomeno?

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  3. Mamma mia, praticamente la suggestionabilità di questo signor Wright era talmente forte che probabilmente era causa sia della scomparsa che della ricomparsa del cancro. Articolo da far cadere la mascella, perfetto equilibrio tra scientificità e mistero. Purtroppo i ciarlatani fanno leva su questi casi miracolosi...

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  4. Quando ero bambina, ricordo che la nonna paterna era stata poco bene una volta e il medico le aveva prescritto un farmaco per lo stomaco... La nonna però si era convinta che non sarebbe riuscita più a digerire bene la sera senza un farmaco, ma il medico ben sapeva che la sua terapia era solo momentanea. Ci suggerì una soluzione...
    Da allora, tutte le sere le portavo una pasticchina (sapete quelle negli astucci di plastica, al gusto di menta o caffè?) e lei dormiva beata come un angelo...

    La forza della mente...

    Francesca

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  5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  6. Eccellente post, Wee-wee; come sempre.

    Ho postato una cosa su "Cassandra" che credo ti potrebbe interessare. Mi piacerebbe avere il tuo commento

    http://ugobardi.blogspot.com/2011/02/quanto-vivono-veramente-gli-italiani.html#comments

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  7. Avrei qualche curiosità.

    - Considerando che mente e corpo interagiscono in un qualche modo poco noto, l'insorgenza di un tumore non potrebbe essere dovuto a qualche cosa che si è spezzato tra queste due entità? Cioè se l'effetto placebo può "ristabilire" un ordine tra mente e corpo non potrebbe accadere che un evento esterno faccia l'opposto?

    - Esiste in letteratura qualcuno che si guarito con la sola forza di volontà? Ovvero senza placebo.

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  8. C'è una sorprendente analogia con un racconto che ho letto tanto tempo fa: Edgar Allan Poe (1809-1849), The Facts in the Case of M. Valdemar, 1845
    Ne ho trovato il testo integrale in questo blog: http://sognodelminotauro.blogspot.com/2011/01/la-verita-sul-caso-di-mr-valdemar-edgar.html

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  9. Post interessante, anche se oserei dire che preferisco i tuoi post "originali". Tendo a diffidare in generale degli aneddoti, che tante volte vengono sfruttati dai tanti ciarlatani.

    Comunque mi premeva sottolineare un passaggio che mi trova particolarmente critico, e magari stimolare una discussione:

    *un placebo”, che si usava prescrivere soprattutto per chi lamentava disturbi per i quali non si trovava alcun riscontro fisiologico... "malati immaginari"

    Credo che sia un campo minato l'utilizzo del placebo tanto per "togliersi di torno" un paziente rompiscatole, per due motivi (e qui faccio mio il pensiero di Ben Goldacre nel suo ottimo blog badscience) uno è il rischio di minare il rapporto di fiducia medico-paziente, vanificando o indebolendo così in un solo colpo tutte le terapie successive, nel caso in cui il paziente ne venga a conoscenza; il secondo è che incoraggiando il paziente a ricercare nei farmaci la soluzione di tutti i problemi, si incoraggia una medicalizzazione ingiustificata, con conseguente costo sociale (soprattutto in Italia, dove le cure pesano sul SSN).

    L'unico caso in cui posso vedere giustificabile un placebo è forse il caso di un malato terminale come Luigi, per il controllo del dolore, ma non in generale.

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  10. Le emozioni e i temperamenti vengono sempre contestualizzati nella risposta biologica dell’organismo, perchè il corpo non ha altra giustificazione che trascrivere le nostre peripezie. Questo è il terreno su cui lavorare; all'occorrenza placebo ma poche medicine.
    Conosco qualcuno che ha preso per vent’anni il Tavor prima di andare a letto “altrimenti non dormiva”, senza sapere che negli ultimi dieci aveva assunto un Dietor (eh!Altrimenti non dormiva…).Prevale sempre la testa a nord, ecco perché approvo la chiusa del post, che non ritengo credenza ma personale opinione.

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  11. L'uso del placebo è giustificato in tutti quei casi in cui il paziente non capisca nè il verbo nè l'aggettivo, nonchè nei casi in cui questo possa essere efficace al pari di altre sostanze (es. sonniferi che non fanno certo bene).
    Il tutto è sempre fatto nell'interesse del paziente, non certo del medico.
    Se un paziente riesce a dormire solo con la "pillolina" e non riesce a farne a meno, cosa vuoi educare ???
    Se questo con una compressa di vitamina B dorme tutta la notte come un angioletto, perchè vuoi caricargli l'organismo con una benzodiazepina ???
    Fra l'altro qui parliamo solo dell'ambiente ospedaliero, perchè difficilemnte un MMG potrebbe utilizzare un placebo (almeno non in queste forme) su un paziente ambulatoriale (il placebo non è vendibile).

    Fra l'altro guarda un pò tu cosa ha provocato l'etica del rapporto medico paziente a Luigi...
    Se quel medico "etico" si fosse morso le falangette e si fosse fatto i ciufoli suoi avrebbe fatto un favore a sè stesso e a Luigi.

    Scopo del medico è curare e, nei limiti, non importa come.
    La strategia terapeutica è a discrezione del medico.
    Se io, medico, ritengo che tu abbia bisgono di una "bugia" per guarire, perchè no ??
    Altrimenti ingozzati di benzodiazepine e se vai in accumulo poi sò caxxi tuoi.
    Perchè la maggior parte dei pazienti sono coscenziosi, ma tanti sono dei pirla che prendono i farmaci come fossero caramelle (specialmente gli anziani).

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  12. @ Neal:

    Esistono studi recenti che hanno fatto passi avanti sullo studio del fenomeno?

    Esistono, è un argomento studiato da anni (forse anche sopravvalutato a volte). Avevo anche una bella lista di studi molto interessanti, la cerco.
    Uno di quelli che più mi colpì era relativo agli effetti della preghiera ma non del "malato" ma di chi lo circondava. Una persona destinataria di preghiere (di religioni diverse) guariva prima.
    Ad ognuno l'interpretazione che preferisce...
    ;)

    @ Epsilon:

    Cioè se l'effetto placebo può "ristabilire" un ordine tra mente e corpo non potrebbe accadere che un evento esterno faccia l'opposto?

    Mah, potrebbe. Solo che i tumori sono una brutta bestia e lo dico perchè li vedo con i miei occhi.
    Se solo un giorno vedessi un tumore regredire "da solo" resterei allibito.
    Discorso diverso se si parla di altre patologie. Qualcuno nei commenti ne ha fatto cenno e se ne parla anche nell'articolo. L'"aneddoto" della vitamina spacciata per potente antidolorifico non è una leggenda, succede e la "vitamina" riesce a far passare dolori che non passano nemmeno con la morfina.
    Voi non conoscete "nonnini" che solo alla vista del loro medico preferito "stanno meglio"?
    Io sì.

    Esiste in letteratura qualcuno che si guarito con la sola forza di volontà? Ovvero senza placebo.

    Esistono le guarigioni spontanee ma stimare quante di loro siano dovute "alla volontà" non è facile. In fondo la maggioranza delle persone "malate" vogliono guarire e ce la mettono tutta, poche quelle che crollano (ci sono purtroppo) e quindi stabilire quale sia stato il motivo della guarigione "senza farmaci" non è semplice.
    E' stimata 1 guarigione spontanea (cioè senza la somministrazione di alcun farmaco nè intervento) su 60.000 casi di tumore maligno (è una stima proprio perchè non sempre è facile sapere tutto dal paziente). In fondo è pochissimo...e sopratutto sarebbe una brutta roulette russa.

    @ ottimomassimo:

    Scopo del medico è curare e, nei limiti, non importa come.
    La strategia terapeutica è a discrezione del medico.
    Se io, medico, ritengo che tu abbia bisgono di una "bugia" per guarire, perchè no ??


    Attento che così dai ragione agli omeopati...
    ;)

    In realtà il problema è più etico che scientifico. E' vero, se stai meglio l'importante è questo e non il mezzo ma se usi un placebo o ti basi sulla "forza della mente" non stai trattando il paziente da essere umano ma da cavia.
    Finchè la "forza della mente" non viene codificata e definita, chi la usa sui pazienti sta semplicemente barando.
    In ambiente ospedaliero non credo che qualcuno si permetta di "curare" i pazienti con i placebo ma se la signora con bassa soglia del dolore chiede un oppioide ogni dieci minuti e dice di stare meglio dopo la flebo di acido folico, meglio un'altra flebo di questo che un altro oppioide...

    La maggioranza dei pazienti comunque non
    ama le bugie riguardo la terapia prescritta (il medico prescrive un placebo dicendo trattarsi di farmaco efficace) mentre i medici non pensano che così tanti pazienti "pretendano" la verità.
    Uno dei tanti aspetti del delicato equilibrio nel rapporto medico-paziente.

    @ Rincewind:

    L'unico caso in cui posso vedere giustificabile un placebo è forse il caso di un malato terminale

    Anche se placebo non vuol dire solo "pillola di zucchero" ma anche come la somministri, chi la somministra e tanto altro.

    @ Ugo Bardi:

    interessante, preoccupante.
    Approfondisco appena posso, grazie.
    :)

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  13. Mi permetto di andare totalmente OT e di spaccare le balle, ma è per una buona causa: Wewee, PER FAVORE, potete riprendere la conferenza di Lugano e metterla su youtube o da qualche altra parte?

    Grazie!

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  14. firmo anch'io la mozione soprastante!
    e anche... una in italia, next time :D (che ne so... Veneto magari)

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  15. Non so se possa essere catalogato come effetto placebo, ma spesso facendo servizio come volontario in ambulanza capita che il paziente migliori visibilmente all'arrivo dei soccorritori.
    Se questo sia un effetto placebo o se la presenza dei soccorritori diminuisca la situazione di ansia del paziente e lo aiuti a vedere la propria situazione di salute con maggiore ottimismo non so....

    Una volta mi è anche capitato che una simpatica nonnina sia talmente migliorata, nella convinzione che fossi un medico, che credo di essermi scordato di dirle che sono dottore ..... in economia.

    Saluti

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  16. Attento che così dai ragione agli omeopati...
    ;)


    Mai sia, anzi, è tutto l'opposto.

    In realtà il problema è più etico che scientifico. E' vero, se stai meglio l'importante è questo e non il mezzo ma se usi un placebo o ti basi sulla "forza della mente" non stai trattando il paziente da essere umano ma da cavia.
    Finchè la "forza della mente" non viene codificata e definita, chi la usa sui pazienti sta semplicemente barando.


    E' sicuramente un problema etico, e ne discutano da molto tempo.
    Tuttavia, come si utilizzano farmaci senza che se ne conosca il meccanismo (es. il Litio) basandoci sulle evidenze, non si può negare che se un placebo funziona, in CASI SELEZIONATI NON RICONDUCIBILI A PATOLOGIE CONOSCIUTE E CONCLAMATE, non credo sia un'eresia utilizzarlo.

    La maggioranza dei pazienti comunque non
    ama le bugie riguardo la terapia prescritta (il medico prescrive un placebo dicendo trattarsi di farmaco efficace) mentre i medici non pensano che così tanti pazienti "pretendano" la verità.


    Dipende dalla patologia che si sta trattando, vedi sotto.

    Uno dei tanti aspetti del delicato equilibrio nel rapporto medico-paziente.

    Delicatissimo, e solo chi è a digiuno di medicina (dalla parte di chi medica) può parlare per slogan con dovizia e ricchezza di vaccate.

    In ambiente ospedaliero non credo che qualcuno si permetta di "curare" i pazienti con i placebo ma se la signora con bassa soglia del dolore chiede un oppioide ogni dieci minuti e dice di stare meglio dopo la flebo di acido folico, meglio un'altra flebo di questo che un altro oppioide...

    Appunto, è ben questo che dicevo.

    La differenza con gli omeopati che si fanno pagare profumatamente e PROMETTONO guarigioni impossibili su patologie manifeste, o i ciarlatani alla Simoncini ed assimilati (che si fanno pagare anche questi, e nemmeno poco) sta proprio qui.

    Il medico che somministra il placebo al paziente nei casi in cui non sia consigliabile, possibile, inutile, o addirittura dannoso un farmaco classico, agisce comunque a fin di bene, nell'interesse del paziente.
    I cazzari hanno un solo interesse: gonfiare il loro portafogli sulle spalle delle loro vittime.
    Mi sembra un dato sostanziale.

    Poi sia chiaro, non pretendo di esaurire il dibattito sull'etica del placebo in due parole.

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  17. Questo è l'incipit di un articolo apparso sulla rivista Scienza e Conoscenza. http://www.scienzaeconoscenza.it/rivista.php?idRivista=81 Testuale: La Terapia Gerson è una terapia nutrizionale olistica e disintossicante per patologie croniche e degenerative che può vantare ottant’anni di successi su malattie diverse come l’emicrania, il melanoma avanzato, la fibromialgia, la tubercolosi, il diabete e l’artrite reumatoide. Il dottor Max Gerson la sviluppò agli inizi del ventesimo secolo per cercare di alleviare le sue atroci e debilitanti emicranie, ma poi scoprì prima che essa invertiva la tubercolosi della pelle, quindi che curava altri tipi di tubercolosi, il diabete, l’artrite reumatoide e infine tumori di vario genere. Egli non affrontò questo problema da un punto di vista teorico; piuttosto, la sua terapia si è evoluta empiricamente in base alle esperienze e agli esperimenti clinici.... L'articolo poi continua con ulteriori farneticazioni in aperto contrasto con le ultime ricerche sulla angiogenesi (teoria che ha fruttato il premio Nobel a Folkman)
    Naturalmente il mancato "Ingeniere" Marcello Pamio la pubblica sul suo sito da fuffaro www.disinformazione.it. PER FORZA! Pamio VENDE pHmetri (PIACCAMETRI) per la saliva e per le urine (attenti a non confonderli) e cerca di sbarcare il lunario. Al mercato dei BOCCALONI ci sono sempre clienti.

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  18. Ho letto con molto interesse l'articolo, mi ha fatto riflettere su un aspetto collaterale.
    Poniamo che io somministri un farmaco che si è provato essere efficace: se la persona non si fida dell'efficacia, l'effetto diminuisce? Non so se esistono studi in proposito ma sarebbe interessante valutare se la percentuale di "minor efficacia" se non ci credo equivale alla percentuale di "efficacia" del placebo.

    Un altro aspetto che mi è venuto in mente è questo:
    nella prova a doppio cieco, bisognerebbe prendere il gruppo di persone che hanno avuto beneficio dal placebo e cambiare il trattamento con il farmaco vero. L'efficacia continua ad essere la stessa oppure dato che la persona è "fiduciosa" l'efficacia è comunque superiore?
    Oppure il metodo doppio cieco implica comunque l'inversione dei gruppi?

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  19. se la persona non si fida dell'efficacia, l'effetto diminuisce? Non so se esistono studi in proposito

    Diminuisce eccome!
    Non so citarti in questo momento gli studi ma ne esistono alcuni.
    Ricordo anche quello che mostrava come se somministravi un placebo dopo un farmaco reale, facendo credere si trattasse dello stesso farmaco, l'efficacia del placebo era ancora più evidente.
    Tanto era "convinto" l'utilizzatore da aumentarne gli effetti insomma...

    L'efficacia continua ad essere la stessa oppure dato che la persona è "fiduciosa" l'efficacia è comunque superiore?
    Oppure il metodo doppio cieco implica comunque l'inversione dei gruppi?


    No, non è prevista "l'inversione" dei gruppi è però verosimile che l'efficacia sia lievemente superiore a prima ma ha un limite (che è proprio la differenza tra sostanza attiva ed inerte), in pratica più di tanto il placebo non può funzionare.

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  20. Wewee ha scritto:

    "Nelle sperimentazioni “a doppio-cieco” ad esempio, a dimostrazione che ricevere una terapia anche se finta è già terapeutico, il gruppo trattato con placebo presenta quasi sempre un un miglioramento rispetto al gruppo di controllo che non riceve alcun trattamento: in media addirittura il 30 per cento. Di questo bisogna tenerne conto quando si valuta l’efficacia dei trattamenti non convenzionali come la pranoterapia, l’omeopatia, e altre novità New Age."

    Quanto influisce in percentuale l'effetto placebo in un trattamento Chemioterapico?

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  21. Quanto influisce in percentuale l'effetto placebo in un trattamento Chemioterapico?

    A quanto si sa (è un "esperimento" che comporta anche importanti e diversi problemi etici) molto poco.
    Considera che se in una sperimentazione un chemioterapico almeno non triplica la sopravvivenza rispetto a quanto riesca a fare un placebo è considerato inefficace.

    In uno studio che ho trovato al volo un chemioterapico ha bloccato la progressione della malattia (cancro renale) per 5,5 mesi, il placebo per 2,8 mesi ed è stato bocciato.

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  22. @ Wewee

    Dati tratti dal famoso studio australiano da te ritenuto valido e affidabile.



    Sopravissuti a 5 anni dopo trattamenti chemioterapici:

    cancro del pancreas percentuale di sopravvissuti a 5 anni dello 0%

    cancro dell' utero percentuale di sopravvissuti a 5 anni dello 0%

    cancro della vescica percentuale di sopravvissuti a 5 anni dello 0%

    cancro del rene percentuale di sopravvissuti a 5 anni dello 0%

    Melanoma percentuale di sopravvissuti a 5 anni dello 0%

    cancro dello stomaco e del colon percentuale di sopravvissuti a 5 anni dell’1%

    cancro della mammella e del polmone percentuale di sopravvissuti a 5 anni del 2%

    cancro del retto percentuale di sopravvissuti a 5 anni del 3-5%

    tumori al cervello percentuale di sopravvissuti a 5 anni del 4-5%

    cancro dell’esofago percentuale di sopravvissuti a 5 anni del 5%


    Queste persone “grazie” ai chemioterapici hanno beneficiato di queste percentuali di sopravvivenza a 5 anni, mi chiedo quanto di queste enormi percentuali di successo..... sono dovute ai chemioterapici e quanto all’effetto placebo?

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  23. @ Gianni

    Scusami, ma tu stai considerando "i chemioterapici" come un unico farmaco usato per qualsiasi cosa? Ci sono diversi tipi di chemioterapici, ognuno ha le sue percentuali di efficacia e ognuno è stato studiato e usato di conseguenza.

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  24. Queste persone “grazie” ai chemioterapici hanno beneficiato di queste percentuali di sopravvivenza a 5 anni

    No, non è così.
    Quella ricerca (oltretutto ormai antiquata) è uno studio *economico* che non valuta l'efficacia della chemioterapia ma il contributo che la chemioterapia fornisce nella cura di un tumore. Sono stati esclusi ad esempio i tumori che rispondono tantissimo alla chemio (come le leucemie, con percentuali che toccano il 90% di sopravvivenza a 5 anni) e sono stati inclusi addirittura tumori nei quali la chemio ha solo scopo palliativo.
    Inoltre, ma è una cosa che ripeto da anni, la chemioterapia non è LA cura per i tumori ma UNA delle cure e quasi sempre serve a completare o preparare un intervento chirurgico.
    In ogni caso di quello studio citato a sproposito e male da molti, ne ho già parlato ampiamente.

    Chiaramente non è possibile nemmeno determinare l'eventuale effetto placebo da quelle percentuali.

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  25. se la persona non si fida dell'efficacia, l'effetto diminuisce? Non so se esistono studi in proposito

    Diminuisce eccome!


    A questo punto mi chiedo. Quante di quelle persone guariscono per l'effetto della chemio e quanti invece a cui il farmaco non fa nessun effetto guariscono per l'effetto placebo. Forse non è facile saperlo, ma se anche una piccola percentuale guarisce più che altro per l'effetto placebo l'efficacia della chemio non dovrebbe essere mitigata?

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  26. Quante di quelle persone guariscono per l'effetto della chemio e quanti invece a cui il farmaco non fa nessun effetto guariscono per l'effetto placebo.

    A prescindere dall'enorme difficoltà nello stabilire una cosa del genere sperimentalmente, c'è da dire che nei casi più responsivi alla chemio (vedi leucemie) l'effetto placebo, se presente, è sempre molto relativo e ridotto. Quando la chemio funziona, funziona bene, in maniera evidente e "devastante" per il tumore, tanto da far sparire centinaia di disseminazioni metastatiche o da annullare i segni ematologici nel caso delle neoplasie del sangue. Un ipotetico effetto placebo, potente quanto si vuole, può "migliorare" dei sintomi o dei parametri clinici ma sperare che possa guarire del tutto un tumore in progressione è un'utopia oltre a rappresentare (se teoricamente ci si affidasse al placebo) una pericolosa roulette russa.
    Non dimentichiamo le guarigioni spontanee, rare, misteriose, ma possibili anche in tumori molto aggressivi...ma che facciamo, proviamo a sfidare il destino?

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  27. Cosa ne pensate?

    http://www.leggo.it/life/salute/la_chemio_puo_peggiorare_il_cancro_lo_studio_choc_degli_scienziati_usa/notizie/211394.shtml

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  28. Articolo non disponibile.
    Se è quel che penso io, l'articolo è scritto da un cane, come quasi tutti sul tema in Italia. In realtà è stato scoperto come un tipo di cancro (mi pare alla vescica ma non mi ricordo bene) riesce a resistere alla chemio. Insomma, tutt'altro.

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