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mercoledì 4 marzo 2015

I 10 miti (+1) più diffusi sull'omeopatia

Le medicine alternative sono un campo ricchissimo di miti e false convinzioni ed in fondo sono proprio queste che ne decretano il successo. Chi le vende sfrutta i miti sulle "alternative" per alimentare un'efficacia che alla prova pratica non esiste, chi le usa spesso lo fa convinto di aver "letto da qualche parte" (o da aver "sentito da qualcuno") che quella cura "funziona". La medicina alternativa più diffusa nel mondo è l'omeopatia, chi la usa, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa realmente di cosa si tratta, è convinto di assumere medicine e principi attivi, pensa di curarsi quando invece effettua una cura a base di semplici caramelle di zucchero, tanto che gli è difficile accettare la realtà di quella che è venduta come medicina ed invece è semplicemente una pillola inerte. Quali sono i miti più comuni sull'omeopatia?
Proviamo a rispondere ai 10 più comuni (+1).
Chirurgia omeopatica: "Svelta infermiera, mi passi niente".

1) L'omeopatia è sempre più diffusa
FALSO: La diffusione dell'omeopatia è dovuta al fatto che sono tantissime le persone alle quali è consigliato un rimedio omeopatico da conoscenti o direttamente dal farmacista. L'omeopatia rappresenta meno dell'1% del mercato farmaceutico (in Italia) ed è meno venduta dei prodotti di bellezza e d'igiene in farmacia (con un lieve calo di vendite nell'ultimo anno). La dimostrazione della poca affezione dei pazienti nei confronti di questa pratica è che non esistono farmacie che vendono esclusivamente prodotti omeopatici (non riuscirebbero a sopravvivere) e nel mondo sono sempre di più quelle che chiudono per mancanza di utili. Stessa sorte ad "ospedali omeopatici", ormai in via di estinzione in nazioni come l'Inghilterra nella quale erano istituzioni solide del passato (l'ospedale di Bristol nel 2010 ha contato solo 470 visite ed ha chiuso, come quello di Londra) Pratica di "nicchia" fino agli anni '70, ha conosciuto un boom legato alle campagne pubblicitarie virali delle industrie omeopatiche che però hanno visto scendere gli utili parallelamente all'aumento di consapevolezza sull'inconsistenza di questa pratica pseudoscientifica. Le statistiche che periodicamente si leggono sui giornali usano termini vaghi per sostenere un presunto quanto inesistente utilizzo massiccio di omeopatia, ad esempio "il 7% degli italiani utilizzano prodotti omeopatici da soli o con i farmaci" senza far notare che se eliminassimo chi usa omeopatici associati alla medicina (quindi non si cura "solo con omeopatia") la percentuale diminuirebbe sensibilmente rendendola simile a quella che conosciamo, bassissima.
La voce che vorrebbe sempre più persone affidarsi all'omeopatia è una semplice operazione di marketing.

2) L'omeopatia è dimostrata scientificamente, come la sua efficacia
FALSO: Non esiste uno studio scientifico serio che dimostri inequivocabilmente l'efficacia dell'omeopatia, mentre studi condotti con precisione ed accuratezza statistica ne dimostrano l'inefficacia (al massimo un effetto paragonabile al placebo). I principi su cui si basa questa pratica, inoltre, sono contrari a leggi basilari della chimica e della fisica. Prima di dimostrare l'efficacia dell'omeopatia quindi, bisognerebbe stravolgere le leggi cosmiche, cosa che fino ad oggi non è mai avvenuta. Negli anni, inoltre, già le ipotesi di partenza (mai dimostrate) dell'inventore dell'omeopatia, sono state stravolte e trasformate per adattarle ai tempi (nell'epoca dell'invenzione dell'omeopatia gran parte dei concetti scientifici, a partire dall'esistenza dei batteri, erano sconosciuti) creando di fatto una nuova ipotesi senza però prendersi cura di dimostrarla. In parole povere un'ipotesi non dimostrata, modificata arbitrariamente con nuove ipotesi mai dimostrate.
Un esempio: oggi sappiamo che un granulo di omeopatia contiene solo zucchero. Non esiste quindi pericolo di intossicazione o di "sovradosaggio" e per questo l'omeopatia non può avere effetti collaterali, è un cavallo di battaglia degli omeopati. Ma Samuel Hahnemann, inventore dell'omeopatia sosteneva che una dose eccessiva poteva essere molto pericolosa e letale per chi la assumeva perché secondo lui quei rimedi un effetto lo avevano davvero. Oggi, avendo i mezzi per capire che non c'è nessun effetto, gli omeopati hanno stravolto le stesse idee dell'inventore di questa medicina alternativa mantenendone i presunti effetti positivi e cancellando, chissà perché quelli ipoteticamente negativi.

Dosi eccessive di una medicina omeopatica portano grave danno e mettono il malato in pericolo di vita. Oggi, visto che sappiamo che in un granulo omeopatico c'è solo zucchero, gli omeopati non lo dicono più. (Organon. S. Hahnemann, trad. Riccamboni)

3) L'omeopatia funziona sui bambini e sugli animali, è la prova che ha degli effetti
FALSO: Non vi sono studi scientifici ben condotti che mostrino un'efficacia superiore al placebo dell'omeopatia sugli animali o sui bambini. Gli effetti talora osservati su queste classi di individui sono paragonabili all'effetto placebo, noto per funzionare anche sugli animali e sui bambini (persino sui neonati) o su un fenomeno conosciuto come aspettativa (i genitori si attendono un effetto da ciò che somministrano e qualsiasi beneficio, anche spontaneo, è attribuito all'omeopatia). Molti degli effetti raccontati sono dovuti poprio a questo, malattie che passano da sole, malesseri banali, problemi che possono essere risolti semplicemente con pazienza e buon senso, sono "curati" con le caramelle omeopatiche che diventano automaticamente "autrici" del miglioramento.

4) Per essere omeopati bisogna essere specializzati
FALSO: Nell'ordinamento italiano non esiste la specializzazione (o la laurea) in omeopatia. Qualsiasi medico laureato ed abilitato alla professione può prescrivere rimedi omeopatici (e possono farlo solo i medici). Esistono in tutti gli ordini professionali degli albi "speciali" che raccolgono i medici che si definiscono "omeopati". Per essere inseriti in questi albi bisogna aver frequentato particolari corsi di formazione accreditati.

5) L'omeopatia è più economica della medicina
FALSO: Se in apparenza i prodotti omeopatici sembrano costare meno di quelli farmaceutici, la realtà è ben diversa. Mentre una medicina è frutto di anni di ricerche, esperimenti, costi tecnici ed umani, materie prime anche costose, l'omeopatia non evolve da 2 secoli e non contiene sostanze attive. Nessun prodotto omeopatico deve dimostrare (per legge) la sua efficacia (e questo è un processo che costa tempo e denaro) ma soltanto la sua innocuità (che riguardando prodotti costituiti da sostanze inerti è praticamente sottintesa). In questo modo i prodotti omeopatici sono enormemente più costosi di quelli farmaceutici, basti pensare ad un noto omeopatico per l'influenza il cui acquisto equivale a zucchero comprato a 2000 euro al kg.

6) L'omeopatia rispetta la natura
FALSO: Se si parte dal presupposto che qualsiasi industria inquina l'ambiente circostante, questo vale anche per le industrie omeopatiche. C'è però una differenza: un'industria farmaceutica inquina per produrre farmaci con un'azione precisa, l'industria omeopatica inquina per produrre sostanze inattive. Riguardo la sperimentazione animale, anche l'omeopatia la effettua ed estrae i principi attivi di partenza (che poi scompaiono nel prodotto finale) anche da animali (persino in via di estinzione) così come realizza esperimenti su di essi, un sacrificio quindi inutile e senza senso. Le aziende omeopatiche più note sono multinazionali, anche quotate in borsa, esattamente come quelle farmaceutiche tradizionali, ammantarsi di un'aura di "naturalità" è l'ennesima operazione di immagine per consumatori poco attenti.

7) L'omeopatia è una medicina moderna
FALSO: L'omeopatia nasce nel 1800 e dalla sua nascita non ha avuto alcuna modifica né ha rivisto le sue nozioni iniziali che non hanno alcuna attendibilità scientifica, medica o sperimentale. L'omeopatia di oggi è la stessa di 2 secoli fa, quando non si conosceva l'esistenza di batteri e virus e l'origine delle malattie era un mistero. In ogni caso, lo zucchero (che costituisce la componente unica di qualsiasi granulo omeopatico oltre la 12ma diluizione) oggi è identico a quello di 200 anni fa e non ha modificato il suo unico potere: dolcificare.

8) L'omeopatia cura la causa, non il sintomo della malattia:
FALSO: È l'esatto contrario: l'omeopatia pretende di curare le malattie partendo dal sintomo e somministrando ciò che quel sintomo lo provocherebbe (in medicina invece si somministra ciò che elimina il sintomo, spesso eliminandone la causa), è uno dei dogmi dell'omeopatia: "il simile cura il simile". Il "rimedio omeopatico" (cioè il tipo di granulo da somministrare al paziente) si sceglie in base al sintomo che la "tintura madre" (la sostanza originale dalla quale poi si ottiene il prodotto finale) provoca sul paziente, indipendentemente dalla causa. Per curare l'ansia si prescrive una sostanza che provoca ansia (di cui non vi è traccia nel prodotto in vendita). Per esempio, per curare l'insonnia si usa il caffè (che ha effetto eccitante), per curare la nausea l'ipecacuana (pianta che provoca nausea) e così via. Per l'omeopatia non ha importanza la causa: un raffreddore può essere causato da un batterio, da un virus, da un'allergia ed ogni causa ha una cura diversa, per l'omeopatia invece la cura si basa sul sintomo, indipendentemente dalla causa.

9) L'omeopatia non è pericolosa
FALSO: Se un prodotto è realmente omeopatico (cioè non contiene nulla) non ha una pericolosità diretta ma indiretta, distoglie cioè da cure efficaci e non tratta in maniera reale alcuna malattia. In alcuni casi però sono definiti come omeopatici dei prodotti che il principio attivo lo contengono veramente e questo può causare (com'è successo) effetti collaterali gravi. Un recente studio ha elencato le centinaia di vittime dirette o indirette dell'omeopatia e di ciò che si presenta come "omeopatico" ma non lo è.

10)  Nell'omeopatia abbiamo la certezza di ciò che compriamo
FALSO. Non essendoci nessun principio attivo in un prodotto omepatico di diluizione superiore ai 12CH, l'azienda produttrice può preparare il prodotto come preferisce, anche senza usare il principio attivo di partenza, visto che alla fine del processo questo sparirà del tutto. Non esiste alcun mezzo (oltre al controllo diretto, visivo) per controllare se realmente il prodotto omeopatico è stato realizzato come descritto. D'altronde nessun omeopata e nessuna persona al mondo potrebbe distinguere un granulo omeopatico (oltre la 12CH) da un granulo di zucchero, sono la stessa identica cosa. Non ci credete? Provateci.

10+1) I prodotti omeopatici contengono solo estratti di erbe e sostanze naturali
FALSO: Non contengono nulla.
I prodotti omeopatici (dalla dodicesima diluizione in poi contrassegnata con la sigla 12CH, ma probabilmente anche per quelle minori), contengono solo l'eccipiente che costituisce il prodotto: se l'omeopatico è venduto sotto forma di granulo lo zucchero, se liquido alcol o acqua. Non vi è traccia di nessun principio attivo né sostanza curativa. Se per "sostanze naturali" si vuole intendere lo zucchero o l'acqua che costituiscono il prodotto, allora l'affermazione è vera. In ogni caso, tra i presunti principi attivi omeopatici, si utilizzano prodotti di tutti i tipi, oltre alla presunta presenza di sostanze vegetali, tra gli ingredienti utilizzati vi sono sostanze come lo sputo di tubercolotico, sostanze che naturalmente sono elencate senza però mai apparire nel prodotto finito. Esistono rimedi omeopatici che contengono pezzi del muro di Berlino, mercurio, raggi X o veleno di serpente: tutto "naturale", certamente...

Il termine "naturale" è comunque abusato: l'aspirina, i chemioterapici, l'aria, l'acqua e qualsiasi cosa si produca è per forza di cose "naturale" e spesso è molto più "processato" ed industrialmente modificato un prodotto omeopatico di uno farmacologico tradizionale (diluire per 100 volte e spruzzare su granuli una tintura madre è un procedimento molto più "artificiale del confezionare flaconi di glicerina).

Per concludere, nonostante il marketing e Big Homeo provino a far passare la "medicina degli zuccherini" come pratica seria e scientifica, l'unico dato assodato fino ad oggi (dopo 200 anni dalla sua creazione) è che i granuli omeopatici con diluizione superiore alla dodicesima (indicata come 12CH) sono semplici caramelle di zucchero. Le ipotesi alla base dell'omeopatia si basano su credenze e superstizioni ormai smentite che le permetterebbero di funzionare tramite effetti paranormali paragonabili alla stregoneria.
In base alle regole del commercio bisognerebbe capire come sia possibile vendere un prodotto che al suo interno non ha nessun principio attivo e soprattutto come possa essere permesso che un prodotto elenchi degli ingredienti che poi nessuna analisi e nessun mezzo di controllo potrà effettivamente riscontrare.

L'omeopatia è alternativa alla medicina come il tappeto volante è alternativo all'aeroplano.

Alla prossima.
venerdì 13 febbraio 2015

Io, antifrenista.

Questa è la traduzione e adattamento dell'articolo di Robert Moore Jr. apparso nel suo blog. Dedicato a chi ascolta le idiozie antivacciniste e decide la propria salute e quella dei suoi cari con molta leggerezza e basandosi su ragionamenti illogici. Ho adattato l'articolo alla realtà italiana e reso più "scorrevole".
Buona lettura

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Ho preso una decisione seria e basata sulle evidenze. Non voglio discuterla ma farla conoscere a tutti. Siete pregati di rispettarla, non voglio sentire quei professoroni che mi avvertono dei fantomatici pericoli della mia scelta, a casa mia comando io.
Sto smontando i freni della mia automobile.
Non è una decisione avventata, vi spiego perché.
Qualche settimana fa ho visto un incidente automobilistico, due persone si sono trovate allo stesso momento ad un incrocio, tutte e due hanno fatto una grande frenata e subito dopo si sono scontrate. Nessun ferito grave per fortuna ma ho subito pensato che, se invece di frenare avessero sorpassato semplicemente l'incrocio, non sarebbe successo nulla. Sono stati i freni quindi a causare l'incidente!
A quel punto ho deciso di fare una ricerca e quello che ho trovato è stato sconcertante. Centinaia di persone, ogni anno, sono gravemente ferite da frenate inutili e ci sono casi in cui i freni, non funzionando, hanno investito anche altre persone, innocenti, bambini, famiglie intere: ditelo a loro che i freni sono sicuri e salvano le vite!!
È dimostrato che praticamente in TUTTI gli incidenti stradali, i conducenti delle autovettura avessero azionato i freni subito prima dell'incidente, servono altre prove?
Vi siete mai chiesti perché le multinazionali automobilistiche non rilasciano un certificato in cui si assumono tutte le responsabilità sull'uso dei freni? Avete mai visto un concessionario di auto dirvi che i freni sono sicuri al 100%? Non ve lo diranno mai!

Chi l'ha detto che i freni sono sicuri? I produttori di freni naturalmente e tutto questo i media non ce lo dicono.
Una volta stavo guidando sulla neve ed ho premuto leggermente i freni: ciò ha causato la completa perdita di controllo dell'auto, i miei freni avrebbero potuto uccidermi facilmente. Avete fatto caso poi alle pastiglie dei freni che scadono, ai dischi che si usurano? Non sentite quanti sobbalzi e rumori stridenti? E questi sarebbero "sicuri"?
Chissà perché qualche decennio fa i freni non li usava nessuno. Per diminuire la velocità delle auto si scalava di marcia o si usava il freno motore, sarà una coincidenza ma nel passato, quando usavano le marce o il freno motore non c'erano MAI incidenti causati dai freni ed oggi sempre più studi ci mostrano le scoperte sui metodi di frenata alternativi.
Io le ricerche le ho fatte ed ho scoperto che ci vendono schifezze.
I meccanici, le persone ai cui affidiamo il lavoro e la cura delle nostre macchine, sono pagati per cambiare ed installare i freni. Ogni freno da riparare sono soldi, cosa dovrebbero dire se gli chiedete se i freni devono essere installati? Chi vogliono prendere in giro? Voi pensate lo facciano per la nostra sicurezza ma prendere 49,99 euro per cambiare le pastiglie dei freni è proprio un bel guadagno. Fateveli montare voi i suoi freni!!

Ho parlato così con il mio meccanico e gli ho chiesto di smontarmi i freni e sono disgustato per quanto mi abbia trattato male.
Mi ha accusato di essere pazzo, anche ignorante però quando gli ho detto che la torsione di coppia che puoi mettere sui freni è limitata e gli ho mostrato i valori che ho trovato su internet mi ha guardato strano e mi ha detto che non sapeva di cosa stessi parlando, l'ignorante è lui! Ha detto che i freni che mi avrebbe montato escono dalla casa madre dopo accurati test e che il prodotto è standardizzato, come se tutte le macchine fossero uguali. Ha avuto anche il coraggio di dire che la mia scelta personale potrebbe avere conseguenze, che potrei influenzare la vita di chi sta attorno a me.


Ne ho avuto abbastanza di lui, sto cercando un nuovo meccanico.
Il problema è che molti meccanici sono pagati e sponsorizzati dall'industria automobilistica e che tutti, guardacaso, insistono affinché io non tolga i freni dalla macchina e cosa dovrebbero dire visto che dai freni della mia macchina dipende il loro guadagno? Avete mai visto un meccanico mettere i freni alla propria auto? Ci sono ricerche che dimostrano che il 79% dei meccanici non usa i freni!
Siamo andati sulla Luna (anche su questo ci sarebbe da discutere) e non abbiamo trovato un modo per evitare i freni? Ma a chi vogliono darla a bere?
La maggiorparte di loro non ha voluto nemmeno tenere la macchina in officina per controllarla dicendo che senza freni potevo causare danni alla loro struttura o alle altre macchine, cretinate! A loro semplicemente non piace chi crede a tecniche di frenata alternative.
Ora, chiaramente, anche il governo è coinvolto e dice che io DEVO avere i freni, che non è una cosa che riguarda solo me e che con la mia decisione posso danneggiare gli altri. Cosa ne è quindi della libertà di scelta? Dov'è la libertà?!?
Se chi usa i freni lo fa perché sono sicuri e si sente protetto, di cosa si preoccupa?

Vi invito allora a fare le vostre ricerche.
Non basta ascoltare il ministero dei trasporti o le grandi case automobilistiche multinazionali. Ho preso una decisione personale per la mia famiglia, ho detto NO ai freni.
Useremo rimedi naturali, come la gravità, il mettere i piedi a terra per fermare l'auto ed i rimedi popolari come l'uso del freno motore. Dopotutto, se funzionava già con me da bambino quando andavo in bicicletta, funzionerà con i miei figli nella mia macchina.
Non ho mai sentito nessuno, tra quelli che hanno tolto i freni della macchina, dire di essere morto ma ci stiamo svegliando e siamo sempre di più.

Vi prego di essere rispettosi nei commenti.
Il prossimo articolo tratterà dei danni ormai scientificamente dimostrati delle cinture di sicurezza.


NOTA: Questo è un post satirico, si prega di non modificare la vostra automobile. Non sono un meccanico e non ho competenze di ingegneria, ho un'idea molto vaga e probabilmente sbagliata sul funzionamento del motore e quindi le mie parole non devono essere considerate attendibili.
Grazie.
lunedì 2 febbraio 2015

Munchausen

Aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Dalla storia (romanzata) del barone di Munchausen, prende il nome una patologia psichiatrica poco nota ma molto affascinante nella sua drammaticità.
Il barone di Munchausen era un nobiluomo tedesco nato nel 1720, era talmente abituato ad inventare storie fantastiche ed avvincenti sulla sua vita che qualcuno ne fece anche un romanzo. Sono proprio la fantasia eccessiva (patologica) e le caratteristiche di queste persone, che delineano una grave e relativamente rara forma di malattia mentale: la sindrome di Munchausen.

Il soggetto con questa malattia si inventa disturbi, sintomi, addirittura si procura lesioni o ferite, per attirare l'attenzione. Ha un fortissimo bisogno di vicinanza, empatia, vuole sentirsi confortato, curato, ha bisogno di legami affettivi che, spesso assenti nella vita quotidiana, sono cercati in ambienti medici, ospedalieri o legati al mondo della salute. Per questo motivo la persona affetta dalla sindrome inventa continuamente nuovi disturbi, esegue esami che prova a falsificare (così da creare delle anormalità), pratica autolesionismo (ferite, ematomi, tagli), si reca dal medico e racconta con dovizia di particolari i suoi disturbi che non hanno soluzione (né il malato la cerca).
Sono conosciuti diversi casi di sindrome di Munchausen, spesso scoperti in ritardo perché gli individui che ne sono colpiti non manifestano segni di squilibrio, possono avere una vita sociale e quotidiana assolutamente normale e sembrano sinceri nelle loro manifestazioni. Ancora più sorprendente è una forma di questa patologia, la sindrome di Munchausen per procura (MSP, Munchausen syndrome by proxy).
In questo caso l'individuo cerca di attirare l'attenzione creando uno stato di malattia nei figli (quasi sempre, in ogni caso in persone vicine). La "malattia" dei figli può essere del tutto inventata, con sintomi diversi, scollegati, poco chiari, ma anche reale ma causata da chi è affetto da MSP. Si tratta quasi sempre di abusi sui bambini, spesso molto gravi, raramente su anziani o altri individui ed è evidente una maggiore incidenza sulle donne: madri che "ammalano" i bambini per sentirsi protagoniste. In questi casi le madri non si limitano ad "inventare" sintomi, ma possono agire anche direttamente per provocarli, con avvelenamenti, manipolazione di esami (che così dimostrerebbero le preoccupazioni che il soggetto mostra di continuo), lesioni fisiche, omicidio.

Sono noti diversi casi clinici e la cosa che colpisce di più è che le protagoniste (prendiamo in esame il caso più frequente, quello delle madri affette da MSP) non manifestavano particolari stranezze, anzi, erano considerate dal personale medico che seguiva i bambini "malati", affettuose, attente, collaborative e questo, con il senno di poi, era un segno della malattia. Queste donne partecipavano alle decisioni mediche, erano informate, aggiornate, spesso decidevano le terapie migliori e spiegavano dettagliatamente e con precisione i disturbi dei figli. Questo naturalmente le rendeva credibili, attirava su di esse l'ammirazione e l'affetto del personale (medici, infermieri, psicologi) che curava i figli che anzi accettava e gradiva l'enorme partecipazione della madre diventando in un certo senso anch'esso "dipendente" dalla persona con MSP perché rappresentava l'unica fonte apparentemente attendibile di notizie riguardanti il "paziente". La scoperta degli abusi quindi, diventava non solo uno shock ma quasi una fonte di imbarazzo, per aver creduto e addirittura essersi basati sulle affermazioni false di qualcuno.
La persona affetta da questa sindrome cerca in tutti i modi di esporre il proprio bambino (anche se, come detto non è per forza un minore ad essere vittima dell'abuso) in pubblico, cercando così di attirare su sé stessa (non su suo figlio) attenzioni e compassione. Lo definisce senza problemi né pudore "malato", "sofferente", "moribondo", drammatizza qualsiasi episodio lo riguardi e molto raramente mostra segni di sofferenza o disperazione, anzi, una caratteristica comune è quella di mostrarsi come "madre dignitosa", che "soffre dentro", aumentando così la stima che riesce a raccogliere. In alcuni casi questo comportamento è legato ad un conflitto con il partner, tendente ad ottenere un senso di colpa in un marito poco attento e vicino quando non una vera e propria vendetta per torti subiti nel rapporto di coppia, in altri è presente un periodo infantile povero di affetti. Tra le altre caratteristiche degli individui affetti da MSP può esserci quella di essere particolarmente attirato dagli argomenti medici, sono persone di cultura medio-alta, leggono tanto, si aggiornano e frequentano siti internet e forum. In alcuni casi si è notato come queste persone cercassero di condizionare anche "a distanza" i loro contatti inventando malattie già dal nome e volendo apparire, a tutti i costi, come esperti di determinate patologie, anche senza averne i titoli.
C'è una caratteristica precisa e comune a quasi tutti questi casi: quando il bambino è lontano dalla madre i suoi sintomi migliorano o spariscono. Per capire la gravità del problema, basti pensare che sono noti casi nei quali una madre somministrava alla figlia sostanze emetiche (che provocano nausea) per farle vomitare o addirittura prelevassero del sangue facendolo bere al bambino in modo da far sospettare un'emorragia interna.


Altre volte anche il rincorrersi di "peggioramenti" e "miglioramenti" è completamente deciso dal genitore, è lui che "gestisce" i sintomi, li programma, decide i ricoveri, le terapie, contatta il medico più adatto in quel momento, stabilisce una tattica "comunicativa". Sembra esserci anche una costante riguardo le terapie scelte dalla madre, spesso alternative, non efficaci, che prevedono lunghi viaggi o spostamenti, difficoltose. Questo rende la "battaglia" della madre ancora più eroica, ammirevole e suscita una naturale solidarietà, tanto che spesso queste persone diventano personaggi pubblici, simbolo di madri che lottano per un diritto.
La cosa più drammatica è che la complessità dei casi e le difficoltà a comprenderne la gravità, rendono difficile l'identificazione di questo tipo di problema. In un caso conosciuto una donna statunitense fu condannata a 25 anni di prigione dopo la morte del suo nono figlio. Solo il primo morì di morte "naturale" (per infezione) e la commozione, la vicinanza e la solidarietà ricevuta dalla donna per questo enorme lutto la portarono a ricercare con insistenza il ripetersi di questi eventi. Uccise tutti i figli che ebbe dopo il primo ma per una serie di coincidenze, solo nell'ultimo caso un medico si insospettì facendo arrestare la donna che poi confessò senza difficoltà i precedenti infanticidi.
La sindrome è molto complicata e difficile da spiegare.
Può aiutare la conoscenza del fenomeno raccontare alcuni casi piuttosto noti.

Il caso di Jennifer

Jennifer era una bambina che subì una serie di ricoveri in ospedale per diversi problemi di salute, anche gravi. Soffrì in periodi diversi della sua infanzia di problemi gastrointestinali, epilessia, immunodeficienza, febbre, gravi sintomi neurologici ed infezioni urinarie. Nonostante i sospetti di parte del personale sanitario, nessuno si prese la responsabilità di accusare la madre di essere all'origine di quei disturbi, fino a quando proprio la donna, com'era abituata a fare, inviò un campione di sangue della figlia ad un laboratorio all'insaputa dei medici dell'ospedale; anche questo era un segno della sua malattia: la continua ricerca di una "causa" per i problemi della figlia aiutò gli investigatori a scoprire la realtà. Furono proprio quelle analisi che rivelarono la presenza, nell'organismo della piccola, di un farmaco antiepilettico (Tegretol) e di ipecacuana (una sostanza che causea nausea e vomito). La donna ormai era parte integrante dell'equipe ospedaliera perché si era guadagnata, grazie alle sue attenzioni ed alla presunta competenza medica acquisita con gli anni, la fiducia dello staff sanitario. Arrivava anche a compilare dati medici e modificare la cartella clinica della figlia (con il personale consapevole di questo). Qualcuno notò che la bambina stava molto meglio quando la madre era assente mentre era preda di pianto e disperazione quando la donna tornava da lei. Si arrivò a circa 200 ricoveri, oltre 40 interventi chirurgici, intervallati da episodi di grave sofferenza da parte della bambina che almeno due volte fu in pericolo di vita.
Il caso diventò noto, ne parlarono i giornali, la madre iniziò una raccolta fondi per pagare le cure della piccola dichiarandosi ormai stremata dal punto di vista finanziario, personaggi locali e noti sportivi lanciarono degli appelli e la donna arrivò ad incontrare Hillary Clinton, moglie dell'allora presidente statunitense. La donna iniziò a diventare anche aggressiva, lamentandosi delle cure che riceveva la figlia, dichiarando che era per merito suo se la bambina era ancora viva, denunciando il reparto dove la piccola era stata ricoverata.

In un episodio, accaduto durante uno dei tanti suoi ricoveri, la bambina, nonostante la nutrizione parenterale (artificiale, tramite una sacca esterna) mostrava gravi squilibri della nutrizione ed in un altro fu colpita da due forti infezioni, da batteri diversi, una proveniente da una flebo ed una dal catetere urinario. Quando un medico affermò che, data la rarità di quelle infezioni e la loro particolarità, c'era una forte probabilità di un intervento esterno, i sospetti sulla madre si fecero pesanti.

A quel punto il personale ospedaliero segnalò i suoi sospetti agli investigatori che approfondirono il caso e, trovando riscontri, avvertirono i magistrati che disposero l'allontanamento della bambina dalla madre. Durante le indagini i ricoveri della bambina continuarono, così come i suoi malesseri, fino a quando la madre non fu arrestata e la bambina ricoverata di nuovo in ospedale. Dal momento dell'arresto della madre la piccola registrò un miglioramento costante e veloce delle sue condizioni, non ebbe più bisogno della nutrizione parenterale, dei cateteri e delle flebo, non ebbe più episodi di epilessia ed infezione, si nutriva regolarmente ed anche l'umore tornò regolare.
La madre fu sottoposta a processo nel quale i suoi difensori cercarono di addossare tutte le colpe al personale medico dell'ospedale in cui la figlia era stata ricoverata e dopo diverse udienze cariche di tensione e drammatiche, fu condannata per abuso su minore.
Di casi simili se ne conoscono diversi, alcuni non arrivano nemmeno nella cronache di giornale ma quando arrivano coinvolgono emotivamente per la crudezza e l'assurdità dei comportamenti.
Un caso che sta facendo discutere in questi giorni in America, vede accusata una madre per la morte della figlia, l'accusa è quella di averle fatto ingerire notevoli quantità di sale (cloruro di sodio) provocandole uno stato tossico cronico, fino alla morte, è una storia simile a tante altre accadute in parti del mondo distanti tra loro (per dimostrare come i fattori culturali sono poco influenti in questo tipo di fenomeni).

Sara Rose Dillard-Lubin 

La venticinquenne americana Sara Rose porta il figlio di 4 mesi al pronto soccorso. Dice di averlo trovato in condizioni pessime all'improvviso, subito dopo essersi svegliata per allattarlo. I medici ricoverano il bambino che presenta respiro superficiale e stato soporoso. Controllando i dati si scopre che già due volte, subito dopo la nascita e poche settimane dopo, la donna aveva portato il bambino al pronto soccorso per sintomi simili poi risolti. I medici pensano quindi di svolgere controlli tossicologici sul sangue del piccolo.
Si scoprono quindi residui di oppiodi, probabilmente morfina.
Accusata di somministrare farmaci al lattante la donna si difende raccontando di essere sotto antidolorifici e che i farmaci assunti fossero passati tramite il suo latte al bambino ma un'analisi di un campione di latte mostrava come in quello dato al bambino non vi fossero derivati o metaboliti della morfina in piccole dosi ma quantità talmente alte da non lasciare spazio a dubbi: la morfina era stata aggiunta.

Messa alle strette la donna non confessa ma è condannata vista la presenza di prove evidenti. La storia non finisce qui. Dopo essere stata arrestata gli investigatori scoprono che la donna ha fatto la stessa cosa con il primo figlio, qualche anno prima, sempre tramite somministrazione di sostanze stupefacenti. Il suo scopo: attirare l'attenzione di suo marito che, a suo dire, la trascurava.

Amber Brewington

Pittsburgh, un bambino gravemente malato (epilessia, ritardo mentale, autismo, cecità) è ricoverato per infezione in ospedale accompagnato dalla madre. Nonostante le cure dei medici risolvano il suo problema principale, il piccolo sviluppa una serie di sintomi inspiegabili, soprattutto a carico del sistema cardiovascolare e renale. Il comportamento della madre, apparentemente inappuntabile (passa l'intera giornata nella stanza del figlio, pensa a tutto, dall'alimentazione alle terapie), insospettisce il personale del reparto. La donna non gradisce visite in stanza e manda via sbrigativamente chiunque provi ad assicurarsi delle condizioni del bambino.
Un ulteriore ed inspiegabile aggravamento delle condizioni del piccolo, induce il responsabile del reparto ad avvertire la polizia che, con uno stratagemma, piazza delle telecamere nascoste nella stanza di ricovero.
Quello che si scopre è incredibile. La donna stacca il figlio dall'alimentazione artificiale per iniettare soluzione salina in grande quantità. Solo pochi giorni dopo l'installazione della telecamera la donna si accorge di quella presenza coprendo con il nastro adesivo l'obiettivo. In quel momento la polizia decide di intervenire arrestando la donna che confessa dicendosi pentita e motivando il suo gesto con il desiderio di porre fine alle sofferenze del figlio malato.
Il bambino, allontanato dalla madre, migliora quasi da subito, la donna è condannata anche se ottiene i benefici della non completa sanità mentale. In questo caso non sono emersi obiettivi diversi dal danno diretto probabilmente motivato dai problemi psichiatrici della madre.

Lacey Spears

Il bambino di Lacey era diventato una celebrità nazionale. Spesso sofferente, malesseri e degli strani sintomi, avevano causato continui ricoveri in vari reparti di pediatria. I medici non riuscivano a capire il motivo dei tanti problemi e soprattutto di quelli renali, i più gravi. La mamma raccontava la sua storia via internet ed aprì anche un blog nel quale spiegava passo per passo le sue vicissitudini, le sue vicende erano condivise da tanti utenti commossi dalla dedizione mostrata dalla donna nei confronti dei problemi del figlio. Invitata in trasmissioni televisive e radiofoniche, molti si erano appassionati alla sua storia cercando di aiutare la donna anche economicamente. Gli strani sintomi ed il fatto che non migliorassero con nessuna terapia hanno indotto i medici di uno dei reparti di cura nel quale era avvenuto l'ennesimo ricovero in seguito a nuovi sintomi gravi ed inspiegabili a chiedere l'intervento delle forze dell'ordine che, piazzando delle telecamere nascoste nella stanza di degenza del bambino, ormai di 5 anni, scoprirono che la donna somministrava qualcosa al figlio senza comunicarlo al personale dell'ospedale. L'ultima di queste somministrazioni, causa una crisi renale grave con conseguente insufficienza renale che causa la morte del bambino.
Una perquisizione a casa di Lacey scopriva ingenti quantità (36 chili) di scorte di cloruro di sodio (il comune sale da cucina) ed un controllo del computer mostrava come la stessa donna avesse cercato su internet le conseguenze dell'iperdosaggio da sale e gli antidoti.
Il processo si conclude con la condanna a 25 anni di prigione della donna.

Conclusioni

Questa patologia è più frequente di quanto si possa pensare, in uno studio italiano, negli anni 2007-2010, tra i casi ricoverati al policlinico Gemelli di Roma, il 2% potevano essere considerati "inventati", probabilmente con le caratteristiche che abbiamo visto, una caratteristica che accomuna molti protagonisti di queste storie è il loro lavoro, sanitari in attività o in passato o che comunque sono responsabili della cura di una persona (badanti, baby sitter).
Si tratta assolutamente di un quadro delineabile come "abuso" su minore, con molti risvolti sociali, medici, psicologici e giudiziari, la difficoltà principale nell'identificare questi casi è quella del poter discernere un affetto "normale" tra genitore e bambino ed un affetto malato. Fattori come le patologie mentali dei genitori, l'eccessiva presenza di regole, costrizioni, perfezione, rigidità educativa, possono essere fattori di rischio. Un altro ostacolo è la difficoltà nell'ammettere una colpa così grave (in pratica una finzione totale) da parte di una madre.
Una forma particolare di MSP è quella di genitori di bambini con malattie (vere) che tendono ad esagerare o "mostrare" in pubblico la malattia del proprio figlio per un desiderio personale di apparire o di attenzione e la MSP è stata legata alla cosiddetta "sindrome da indennizzo", ovvero le esagerazioni (o l'invenzione di sana pianta) di malattie o sintomi per ottenere un indennizzo economico, il tutto non volontariamente o consciamente ma a livello inconscio (da distinguere quindi dai casi in malafede).
In questi casi si pone anche un altro problema, giudiziario ed etico: sono delitti gravissimi ma è più giusto punire il crimine o curare il disturbo?

Alla prossima.
lunedì 19 gennaio 2015

Lo sguardo perso nel vuoto

Gli orrori della guerra sono sotto gli occhi di tutti, c'è chi l'ha vissuta in prima persona e chi ne ascolta i racconti, chi la vede solo in televisione e chi ne legge gli sviluppi sui giornali, la prima banalità è che la guerra è sempre un dramma, che distrugge persone, luoghi, affetti e storie, la seconda è che, nonostante la "banalità" del concetto, l'uomo continua a farla.

La guerra causa ferite del corpo e della psiche ed una delle sue conseguenze più lampanti sono le cicatrici fisiche, perché si vedono, trasformano e debilitano ma c'è un'altra conseguenza meno nota e spesso non raccontata, è quella psichica, le cicatrici nella mente che una guerra lascia in chi l'ha combattuta. Orribili perché mostrano cosa significhi annullare la propria persona per essere uno soldato tra tanti, cosa comporta il combattere i propri simili e cosa resta di una tragedia dopo la sua conclusione.
Le conseguenze psichiche di un conflitto nei militari che vi hanno partecipato sono da sempre oggetto di studi e ricerche, sono spesso conseguenze di tipo "post traumatico", derivanti dalle lunghe giornate in attesa di un attacco (da fare o ricevere), dall'attesa di un ordine in condizioni precarie e dalla visione quotidiana della morte e della sofferenza, dal continuo stress dei bombardamenti, spesso lo stress è consapevole, si legge nelle parole di chi la comunica ai propri cari, traspare dalle lettere che i militari inviano ed inviavano ancora di più (era l'unico mezzo di comunicazione) nelle guerre passate a casa, coscienti del fatto che al loro ritorno (se mai fosse avvenuto) non sarebbero stati gli stessi, ridotti ormai a strumenti di guerra e burattini del potere. Le caratteristiche del disturbo post traumatico da stress bellico (possiamo definire così l'insieme dei disturbi dei militari che hanno partecipato attivamente ad operazioni di guerra riportando disturbi psichiatrici o psicologici) sono abbastanza simili nel tempo. Quelli osservati durante e dopo i due grandi conflitti (la prima e la seconda guerra mondiale) sono simili a quelli delle guerre più recenti e sono simili nei vari eserciti impegnati, si è notata invece una differenza nell'impatto che ha il problema nelle varie società, mostrando quindi una variabilità di tipo culturale. In Inghilterra, ad esempio, la sindrome ha avuto un fortissimo impatto sociale sull'opinione pubblica ed ha cambiato la percezione della guerra nella popolazione, da grandioso strumento di dominio a pericoloso strumento di morte, in altre nazioni (Belgio, ad esempio) si è trattato il problema marginalmente e sono pochi di documenti e le testimonianze diffuse tra la popolazione.

I documenti risalenti alle prime osservazioni della sindrome, relativi alla prima guerra mondiale, sono importantissimi proprio per le caratteristiche di quel conflitto, molto più "di contatto" e "umano" di quelli odierni che prevedono raramente dei combattimenti "corpo a corpo" ed esistono anche in rete molti video che dimostrano la drammaticità del disturbo (come qui e qui, attenzione, possono turbare i più sensibili).

Lo sguardo perso nel vuoto
Oggi, il vantaggio di terapie mirate e più efficaci consente un recupero che in passato era spesso impossibile e condannava i "traumatizzati" ad un eterna discesa nell'inferno della follia. Un altro aspetto dei trattamenti passati, infatti (dei quali esistono diverse testimonianze video e dei quali parlò anche Sigmund Freud), era che molti dei soldati colpiti dalla sindrome erano considerati dei "simulatori", delle persone che fingevano per essere ricoverate ed evitare quindi le trincee e per questo anche i tentativi di recupero erano spesso tardivi, superficiali, poco attenti, tanto da essere considerati per certi versi "punitivi", correttivi nei confronti di "codardi" e finti malati. I metodi di recupero erano quindi violenti, dolorosi, minacciosi. Si ricorreva spesso all'elettroshock e qualche beneficio si otteneva più per la paura, da parte del soldato, di rivivere i dolori che per effettiva efficacia.

In medicina si chiama "shell shock syndrome", la sindrome da shock da bombardamento che oggi indica genericamente una psicosi che segue un forte stress ed il termine fu coniato nel 1915 quando fu usato in una pubblicazione scientifica sul tema.
Lo sguardo perso nel vuoto, in inglese "thousand yard stare" ("sguardo a migliaia di metri", termine diventato popolare dopo un disegno apparso in un giornale americano) è la prima cosa che ha colpito chi ha osservato questi soldati. Definito come uno sguardo sfuocato, fisso, vuoto, distante, il soldato con la sindrome presenta spesso questo sintomo che è accompagnato da altri disturbi che, se possibile, sono anche più drammatici. Tic nervosi, allucinazioni, convulsioni, movimenti ripetitivi e spasmodici, spasmi del viso e del corpo, assistere alle crisi di un paziente con questo disturbo è il riassunto del dramma vissuto, della paura, la solitudine e l'alienazione militare in guerra. I sintomi possono presentarsi in maniera isolata o assieme, possono comparire in certi momenti della giornata (la notte, durante il sonno, quando si cammina) o continuamente. In alcuni soldati si assisteva ad una deambulazione che mimava la marcia, un rigido movimento impossibile da evitare. Altri sparano nel vuoto, con le mani, ad occhi chiusi. Altri piangono, urlano, gridano, mimano il lancio di una granata.
Tutti sono dissociati dalla realtà, alternano momenti di profonda frustrazione ad altri di esaltazione e la reintegrazione in società o in famiglia è molto complicata se non impossibile.


Inizialmente i medici tendevano a dividere in due classi i soldati che soffrivano di questi disturbi. Per loro bisognava definire "fisicamente colpiti" coloro che erano stati esposti direttamente ad esplosioni, bombardamenti, crolli o scuotimenti violenti. Per alcuni studiosi infatti, i sintomi potevano essere dovuti alla "concussione" (scuotimento) del corpo e della scatola cranica del soldato esposto. Per altri studiosi invece non vi era necessità di "trauma fisico" diretto per causare la sintomatologia ed oggi la conoscenza del problema è abbastanza chiara nel definire questo disturbo non come "trauma fisico" ma come trauma psicologico, cosa che è evidente anche per il fatto che sono diversi i militari che soffrono della sindrome anche se non sono stati esposti direttamente ad esplosioni o traumi fisici.
Per l'elevato numero di pazienti furono interi ospedali ad essere attrezzati per trattare i colpiti dal disturbo ed in Francia, fino al 1960, era possibile trovare sopravvissuti al primo conflitto mondiale, ancora sofferenti per le conseguenze psicologiche della guerra. Casi numerosi anche in occasione delle altre guerre, compresa la guerra del Vietnam e le varie guerre in medio oriente e casi presenti anche nelle fila delle nostre truppe impegnate in combattimenti passati e presenti.
La sindrome post traumatica, infatti, è presente ancora oggi.
Lo sguardo perso nel vuoto. Soldato italiano in Afghanistan.
Nonostante il recupero (o il tentativo di recupero) molti soldati hanno ricadute o presentano alterazioni psicologiche difficilmente controllabili ma nonostante questo molti dei ricoverati per la sindrome, recuperati, sono stati rimandati al fronte per riprendere i combattimenti e per questo molti eserciti (statunitense, per esempio) prevedono unità di sostegno psicologico sul campo per trattare immediatamente i soggetti a rischio, sul posto.
Dopo la prima guerra mondiale i casi furono centinaia, alcuni gravissimi, tanto che la figura del "pazzo di guerra" (in Italia "scemo di guerra") era abituale e ben conosciuta, quasi una classe sociale che impegnò molti psichiatri nello studio del trattamento più utile. Oggi vi è più consapevolezza del benessere dei militari (per quanto possibile...) e del loro recupero post guerra che non è per niente semplice e che resta sempre un difficile ritorno alla normalità dopo aver vissuto l'inferno.

Un motivo in più per considerare inutile e pericolosa la guerra, in qualsiasi sua forma.

Alla prossima.


Bibliografia:

La pagina di Wikipedia inglese, ben fatta, sull'argomento.

La pagina sul tema dell'American Psychological Association.
sabato 3 gennaio 2015

Omeopatia: provare per non credere.

Ho parlato tante volte di omeopatia e della sua assoluta inconsistenza scientifica e medica, ma, se non superficialmente, non ho mai raccontato alcuni particolari che credo sia il caso di conoscere per completare l'informazione sul tema.
Sappiamo che la teoria omeopatica, risalente all'ottocento, non è mai stata dimostrata a suo tempo ed è stata anzi smentita con gli anni, quando le leggi della fisica e della chimica hanno soppiantato i "teoremi" medioevali degli albori della medicina, sappiamo anche che l'omeopatia sostiene che diluire continuamente una sostanza, invece di renderla inoffensiva e senza effetti ne aumenterebbe le "capacità" curative e che questa vecchia superstizione, proprio grazie alle scoperte scientifiche venute negli anni, è stata smentita e relegata a memoria storica di una medicina del passato, quando la medicina...non c'era.
Chi segue il blog o chi si è interessato personalmente, saprà già di cosa si parla quando si tratta di omeopatia.

Un prodotto omeopatico diluito più di 12 volte, in linguaggio omeopatico si dice di diluizione superiore alla 12 CH (per "CH" si intende "diluizione centesimale di Hahnemann"), non contiene nessuna traccia del principio attivo iniziale. Il prodotto omeopatico quindi, si può definire, senza possibilità di smentita, semplice "zucchero" (se la "pillola" è fatta di zucchero) o "acqua" (se il prodotto è fatto di acqua). Nessuna persona al mondo potrà smentirlo, è un dato di fatto.
Un'altra credenza dell'omeopatia sostiene che per curare una malattia bisognerà farlo con una sostanza che in un uomo provoca gli stessi sintomi della malattia. Per fare un esempio: l'insonnia (il cui sintomo è il "restare svegli") si curerebbe con qualcosa che fa restare svegli (per esempio il caffè), il prurito si cura con qualcosa che provoca il prurito, la nausea con un prodotto che provoca nausea e così via e per questo l'inventore dell'omeopatia "ideò" la diluzione: la maggioranza dei prodotti da usare per il suo scopo erano tossici o letali, bisognava quindi renderli inoffensivi. Quale modo migliore se non quello di farli sparire? Così Hahnemann penso di diluirli talmente tanto da farli scomparire, di loro resta solo il "ricordo", una magia oggi insostenibile e giustificabile solo nella sua epoca, quando non si conoscevano nemmeno le basi della scienza.

Ma ecco che a questo proposito c'è un altro particolare che pochi conoscono e che qui ho raccontato solo brevemente: come si fa a capire il prodotto più adatto per ogni persona? Si chiama "proving", è la tecnica che permette di trovare la sostanza omeopatica più adatta per un determinato disturbo.
Come qualcuno saprà l'omeopatia si vanta di "personalizzare" al massimo i suoi trattamenti, non esiste "la cura per tutti i pruriti" ma la cura per "il prurito di quella persona". In teoria l'idea è pure affascinante, ma in pratica questo non succede mai.
Oltre al fatto che i prodotti omeopatici si comprano in farmacia (ed il farmacista non si mette certo a testare per settimane il prodotto sul cliente), oltre al fatto che ogni rimedio dovrebbe essere provato personalmente su ogni paziente e su ogni suo sintomo, è la stessa ipotesi che nasce in maniera davvero curiosa come del resto tutto ciò che caratterizza l'omeopatia, giustificando la definizione di stregoneria, data dai medici inglesi.


Il proving

Il proving è il metodo che consente di "testare" (provare...appunto) un rimedio omeopatico in una persona. In base alle reazioni del soggetto che "testa" il prodotto (ai sintomi che dice di provare dopo aver assunto quel rimedio), l'omeopata saprà per cosa può servire il rimedio omeopatico. Facciamo ancora un esempio.
Se voglio provare la caffeina omeopatica, la somministrerò ad una persona. Questa annoterà in un foglio ciò che prova dopo averla assunta, per esempio ansia, caldo, distrazione, senso di vuoto (esempi a caso).
L'omeopata saprà quindi che la caffeina servirà a curare quei sintomi.
Non credo servano tante parole per spiegare che quei sintomi (le reazioni alla caffeina) sono completamente soggettivi, possono dipendere da tanti fattori e soprattutto, essendo ciò che l'individuo in "proving" assume soltanto zucchero, probabilmente si tratta di reazioni casuali, non dipendenti cioè da quanto assunto (tanto da essere diversi da un individuo all'altro).
L'omeopatia fa "provare" di tutto, qualsiasi sostanza può essere oggetto di "proving" perché qualsiasi sostanza (anche ciò che non è una "sostanza", come l'elettricità o la luce) può diventare un rimedio omeopatico.
Così si assiste a prove sinceramente ridicole quando non assurde.
Questo è uno dei fattori per i quali la possibilità (esistente in qualsiasi professione) che vi siano omeopati "seri" o "meno seri" è campata in aria. Sarebbe come sostenere che esistono astrologi "seri" e "meno seri", se l'intera teoria ed ipotesi su cui si basa un mestiere è una superstizione, un fenomeno paranormale, la serietà è la prima cosa che può essere scartata con sicurezza.
Il proving così riguarderà gli elementi più comuni, la caffeina, appunto o  altre come l'arnica o il gelsomino, ma la vera natura dell'omeopatia è forse più chiara quando scopriamo che sono "testabili" e quindi somministrabili elementi che ricordano le pozioni magiche delle streghe d'altri tempi, come l'acqua, l'elettricità, la luce (si espone il soggetto alla luce e si annota ciò che prova, quelli saranno i sintomi curabili con la..."luce omeopatica"), le lacrime, il chiaro di Luna e le note musicali e si arriva a prove irragionevoli quando non rivoltanti, come il sangue di un soggetto con AIDS (naturalmente omeopatico, non c'è nessuna molecola di sangue in quell'intruglio), un preservativo, una zecca, mestruazioni o addirittura un buco nero. Sono talmente assurdi i rimedi omeopatici che, quando descrissi quelli di un prodotto omeopatico in un mio vecchio articolo, intervenne nei commenti l'addetto stampa dell'azienda offeso perché aveva scambiato il mio elenco di "ingredienti" (tra i quali ghiandole di rospo e veleno di serpente, scritto anche sulla confezione) per una "battuta ironica": non riusciva a crederci neanche lui!

Ci siamo?

Il soggetto in "proving" annota tutti i sintomi che prova assumendo il rimedio e consegna tutto all'omeopata che li usa di conseguenza, se una sostanza provoca ansia, l'omeopata lo somministrerà per l'ansia (come ho scritto prima per l'omeopatia la malattia si cura con qualcosa che provoca gli stessi disturbi) se il soggetto prova agitazione il rimedio sarà prescritto per questo disturbo.
Sappiamo che l'omeopatia è una pratica senza base scientifica, ma conoscendola meglio emergono gli aspetti che la rendono una vera e propria pratica magica, stregonesca.
In ogni caso, a prescindere dalle "stranezze" del proving, sappiamo che di quelle sostanze non assumeremo nulla, è nella stessa natura dell'omeopatia. Perché quindi compiere questi "riti"? Proprio per rendere il gioco magico più "misterioso", più "potente" ed esoterico, pensare che assumiamo i "poteri magici" di una zecca può avere il suo effetto sui soggetti più condizionabili ma nessun timore, non si assumerà nemmeno una molecola di quella zecca, grazie all'estrema diluizione dei rimedi omeopatici la pallina di "medicinale" conterrà solo zucchero, puro.
Era qui che volevo arrivare, le diluizioni.
La più comune è quella di cui si parlava all'inizio, la centesimale di Hahnemann (l'inventore dell'omeopatia) che si indica con la lettera CH (30CH significa trentesima diluizione centesimale di Hahnemann). Ne esistono altre meno diffuse, la DH (diluizione decimale di Hahnemann, ovvero il principio attivo non si diluisce in 100 parti come nella centesimale ma in 10 parti di acqua) e la "korsakoviana" (si indica con K, prende il nome dal suo inventore, il russo Semen Korsakov).

La diluizione korsakoviana, ovvero: ma ci prendete in giro?

Riassumo brevemente la diluzione classica dell'omeopatia (la centesimale Hahnemaniana).
Si parte dal principio attivo. Di questo si prende una goccia e la si versa in un bicchiere con 99 ml. di acqua (avremo quindi una soluzione composta da 99 parti di acqua e una di principio attivo, totale 100 ml., questa è la prima diluizione, 1CH). Si prende una goccia da questo bicchiere e si versa in un secondo bicchiere con 99 ml di acqua (ecco la seconda diluizione, 2CH, 99 parti di acqua ed una parte di principio attivo già diluito la prima volta) e si continua così, una goccia in un bicchiere con 99 ml di acqua e così via. La 12ma volta che compiamo questo gesto il principio attivo sarà sparito, per semplici leggi della chimica e della fisica (vedi numero di Avogadro).
Anche qui spero di essermi spiegato bene.

Ma gli omeopati non si accontentano di vendere un prodotto nel quale non è contenuto nulla, devono necessariamente esagerare. Così il dott. Korsakov pensò bene di trovare un modo più pittoresco per preparare i rimedi omeopatici.
Ripartiamo dall'inizio e stavolta diluiamo il principio attivo con il metodo "korsakoviano".

Si prende una goccia del principio attivo e si aggiunge a 99 ml. d'acqua, come nel metodo Hahnemaniano. Si svuota quel bicchiere (si svuota, tutto, si butta il contenuto del bicchiere) e si riempie di nuovo di acqua. Si svuota nuovamente e si riempie...si svuota e si riempie ancora di acqua e così via, fino al numero di "svuotamenti" necessari, 10.000 ed anche 100.000. Si chiama "diluizione korsakoviana", indicata con la lettera K (o CK). Importante sottolineare che ad ogni diluizione (di qualsiasi tipo essa sia), il bicchiere "omeopatico" va battuto cento volte sopra un libro (si diceva la Bibbia, ma oggi si usa un libro qualsiasi), alcuni non usano libri ma tappetini di gomma, altri lo fanno con delle macchine, altri manualmente, insomma, come si vuole, tanto non cambia nulla è solo parte del rito magico.
Dopo tutto questo lavoraccio di bicchieri svuotati otterremo naturalmente un bicchiere finale pieno d'acqua, senza alcun principio attivo, battuto sopra un libro o su qualsiasi altra cosa.
Una goccia di quell'acqua è spruzzata su una pallina di zucchero, l'acqua evapora e le palline di zucchero (normali caramelline da 1 grammo ciascuna) sono confezionate e messe in vendita (al prezzo di circa 1000 euro al chilo).
Uno dei rimedi omeopatici più noti, l'Oscillococcinum, è preparato così, con un bicchiere svuotato e riempito 200 volte (infatti nella confezione è indicato 200K). Troppo strano per essere vero? Eppure è così. Informarsi per credere, anzi, per non crederci più e così rompere la magia. D'altronde è lo stesso inventore dell'omeopatia a dircelo:
"Talvolta si sente dire che l’omeopatia funziona se ci si crede: questa non è una banalità, è una realtà che indica la modalità d’azione del medicinale omeopatico". Samuel Hahnemann, inventore dell'omeopatia.

Ora, se vendere un prodotto preparato in questo modo è pura furbizia commerciale, comprarlo è pura stupidità consumistica.
Il marketing delle multinazionali omeopatiche è tanto sottile ed abile che riesce a rifilarci il nulla senza che noi ce ne rendiamo conto.

Dopo queste brevi spiegazioni chi è affezionato all'omeopatia, sa cosa sta comprando (e cosa gli vogliono rifilare) e resta sempre il mio invito per i più testardi: se pensate che in un granulo omeopatico (oltre la 12CH) ci sia qualcosa oltre allo zucchero di cui è composto fatelo analizzare.
Conclusione: funziona? No, per la scienza e la logica non può funzionare, lo sappiamo perché conosciamo come funzionano le leggi che governano ciò che ci circonda: una caramella di zucchero può essere piacevole per il palato ma non serve a curare nessuna malattia e gli studi lo hanno confermato ma qualcuno dice "su di me ha avuto effetto".
Bisognerebbe prima di tutto chiedersi come abbia fatto una pallina di solo zucchero ad avere effetto curativo, ma non importa, l'importante è il risultato e soprattutto rendersi conto di aver speso soldi ed aver comprato un prodotto che non contiene nulla, fabbricato svuotando continuamente dei bicchieri d'acqua, battuto su un libro (o su quello che si vuole, a scelta), spruzzato su una caramella e che costa una fortuna.
Ora, se è corretto sostenere che l'omeopatia non funziona dal punto di vista scientifico è obbligatorio sottolineare che dal punto di vista scientifico, dire che funziona, è da stupidi.
Il resto sono chiacchiere, interessanti, affascinanti, ma chiacchiere,  non scienza.

Insomma: "La mente è come un paracadute, non serve se non si apre, ma non tanto da perdere il cervello" (doppia cit. nonsodichi).

Alla prossima.
 
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