venerdì 2 novembre 2018

La sindrome mediterranea.

Nel 2000 coronai il mio sogno umano e professionale di tentare un'esperienza di lavoro all'estero. Per chi, come me, aveva scelto come specializzazione l'ostetricia, andare in Francia era la meta. La Francia è considerata la patria dell'ostetricia moderna e della chirurgia ginecologica e, in effetti, posso dire di aver imparato proprio da loro la maggior parte del mio lavoro.
Quello che era routine in Francia da noi era appena arrivato, le attività pratiche (e per un chirurgo sono fondamentali) erano tante, continue, di alto livello.
Andai a lavorare in un grandissimo ospedale storico (prima per sei mesi nel nord est della Francia, poi in altri ospedali), già l'architettura metteva timore. In stile gotico, la costruzione risaliva all'inizio del 1900 ed era stata la casa di medici che avevo letto nei libri come inventori di strumenti, e classificazioni. Pensate che uno dei primissimi primari di quell'ospedale era stato l'inventore dello stetoscopio (lo strumento che permette di ascoltare il battito cardiaco fetale quando è ancora in utero).

Anche l'interno dell'ospedale era maestoso e quasi un museo. Dipinti antichi, statue di marmo, grandi scalinate e corridoi lunghissimi. Metteva soggezione (e infatti le prime settimane furono per me molto dure, psicologicamente).
Per me stare lì era un'occasione ed ero ansioso di apprendere, pendevo letteralmente dalle labbra di quei colleghi più grandi e esperti, quello che dicevano loro era prezioso e fondamentale.
Un giorno, mentre ero di turno, arriva una signora in gravidanza in preda alle doglie. Agitatissima.
Subito dopo essere entrata si ferma, si piega su se stessa e inizia a urlare. A voce altissima gridava "aiutatemi! Aiutatemi". Era di origine maghrebina.
Io mi avvicinai per cercare di darle una mano e provai, parlandole e sostenendola, di farla avvicinare al reparto così da farla sistemare e riposare. Niente, urlava e si dimenava dal dolore provocato dalle contrazioni.
Mi affrettai quindi, aiutandola, a farla entrare in una stanza dove c'erano delle ostetriche che avrebbero potuto prendersi cura di lei.
Notai che qualche mio collega francese, alla scena, assisteva con un fare un po' sornione. Una collega parlava all'orecchio con un altro e sorridevano assieme. Non capivo.
Quando lasciai la donna in stanza dalle ostetriche tornai indietro e incontrai di nuovo la collega che sorrideva (e lo faceva ancora) così per curiosità le chiesi: "ma perché ridi?"
Lei mi rispose più o meno: "non sai riconoscere la sindrome mediterranea? Eppure sei italiano..." e continuò a sorridere.
Io rimasi un po' perplesso.
Non conoscevo questa malattia, conoscevo l'anemia mediterranea, forse si riferiva a questa? E che c'entrava? E soprattutto che c'era da ridere?
Così non risposi e rimasi tutto il giorno con il dubbio della sindrome mediterranea.

Mi convinsi quasi subito che quella donna avesse qualche particolare che facesse sospettare la sindrome e che magari in Francia si chiamasse così ma da noi, in Italia, avesse un altro nome. Certo che ero curioso ma ero troppo preso dal lavoro per approfondire.
La sera consultai anche un libro ma non trovai traccia di questa misteriosa sindrome, internet non dava risultati e non avevo nemmeno il tempo di stare ore davanti al computer.
Passarono pochi giorni e durante il giro di visite in reparto, dopo aver controllato le donne operate il giorno prima, arrivati al letto di una di esse che si lamentava particolarmente, il primario disse: "datele un po' di morfina, questa è sindrome mediterranea".
Eccola di nuovo la misteriosa sindrome.
La sindrome mediterranea, malattia per me sconosciuta, era stata diagnosticata per due volte in pochi giorni, magari in Francia era comune, ecco un'altra cosa da imparare. Sicuramente dovevo approfittarne per capire, ero lì per quello.
Così in pausa pranzo, a tavola con alcuni miei colleghi, chiesi con tranquillità: "ragazzi ma qual è la sindrome mediterranea? In Italia la chiamiamo in qualche altro modo...".
Si guardarono per pochi secondi e scoppiarono tutti a ridere.
Non capivo.
Iniziai a capire dalle loro spiegazioni.

La sindrome mediterranea, per i francesi, è una forma razzista, vaga e senza basi mediche, per definire le persone che si lamentano eccessivamente (secondo i medici francesi) e che hanno origini mediterranee. Riguarda quindi proprio noi italiani, gli spagnoli, i greci ma anche gli originari del nord Africa (marocchini, tunisini, algerini), tantissimi in Francia.
Secondo i colleghi francesi noi saremmo particolarmente esagerati, spettacolari, quando dobbiamo dimostrare un nostro disturbo.
Se abbiamo un dolore urliamo, se ci gira la testa sveniamo, se abbiamo mal di gola non parliamo più, dimostriamo al mondo la nostra immane sofferenza mentre i "nordici" sono più chiusi, composti, meno esaltati. Noi italiani (e i "colleghi" che nascono vicino a noi) saremmo maleducati anche nel dolore. Questo perché noi che ci affacciamo sul mare siamo un popolo esagerato, teatrale.
È una cosa che non sa nessuno fuori dai confini francesi.
Non ci potevo credere.
Non si trattava di una malattia ma di un pregiudizio.

In Francia lo conoscono benissimo.
Ce terme désigne un comportement d’exagération des symptômes de la part d’un patient et ce, du fait de ses origines et de sa culture. Et l’on retrouverait donc ce syndrome chez les populations du pourtour méditerranéen (Italie, Espagne, Portugal, Maghreb). « C’est ce qu’on appelle – entre nous, quand le patient n’est pas là – le syndrome méditerranéen»
 "Questo termine indica un comportamento di esagerazione dei sintomi da parte di un paziente per le sue origini e la sua cultura. Questa sindrome la troveremo quindi nelle popolazioni del bacino mediterraneo (Italia, Spagna, Portogallo, Maghreb). "È quello che si chiama tra di noi, quando il paziente non ci ascolta, sindrome mediterranea""

Io, medico italiano, non ho mai visto una persona lamentarsi "troppo" o esageratamente in maniera legata alla sua origine etnica, senza dubbio il marocchino si lamenterà "come un marocchino" e un inglese lo farà "come un inglese" (nel senso che parlerà nella sua lingua, userà espressioni tipiche, così come gesti tipici della sua cultura) ma il dolore è dolore, per tutti ed è una cosa molto soggettiva per poterla generalizzare. Forse quando ci sono vissuti particolari, situazioni delicate, forse c'è qualche componente emotiva che può esagerare le manifestazioni ma non c'è sicuramente un "dolore regionale".
Ci sono italiani che esagerano, stranieri che non dicono una parola e viceversa.
Come detto il dolore è un sintomo molto soggettivo (ed un medico sa che giudicare un dolore è molto difficile).
Ho visto donne con un parto imminente lamentarsi di "qualche fastidio" ed altre con una contrazione ogni 5 ore urlare disperate. Il dolore non dipende dall'età o dalla razza di chi lo sopporta. Persino uno studio sembra dimostrarlo anche se con le difficoltà di un tale esperimento: provocare dolore in varie persone di etnie diverse, suscita la stessa risposta in tutti, indipendentemente dall'etnia o dalla provenienza e per essere più precisi, se piccole differenze possono esserci queste sono legate al contesto culturale ma non possono dirci nulla sul tipo e sull'intensità del dolore che, quando c'è, è uguale per tutti.



Al medico non è dovuto il "giudizio" sul paziente e su quello che lui sente o percepisce ma solo il giudizio sulla malattia, sul sintomo e sul disturbo.
Non per niente un medico non dirà mai "ha un dolore forte" ma "riferisce un dolore forte" perché solo il paziente può sapere se il suo dolore è sopportabile, forte, leggero o angosciante.

Questa storia della sindrome mediterranea mi colpì molto. Non solo per la sua evidente base razzista ma anche perché per i francesi noi italiani siamo "esagerati" mentre probabilmente per qualche italiano del settentrione del paese sarebbero esagerati i meridionali e per i meridionali i nordafricani e, dovete sapere, per i nordafricani sono quelli dell'Africa centrale gli esagerati (anche questo lo scoprìi in Francia).
Il razzismo ha pregiudizi che si alimentano a catena, ci sarà sempre qualcuno che sarà razzista nei tuoi confronti.
Per questo spesso, a chi dimostra razzismo contro una particolare popolazione, ricordo che se un giorno qualcuno vorrà essere razzista nei confronti di lui non ci vorrà uno sforzo particolare.
Si può essere razzisti nei confronti dei calvi o degli obesi. Degli ignoranti o dei poveri. C'è sempre un motivo (stupido) per essere razzisti nei confronti di qualcuno perché disprezzare qualcuno ci fa sentire migliori di lui.
Se qualcuno ci tratta da ultimi, disprezzare qualcun altro ci fa sentire penultimi.
Anche per questo il razzismo è stupido, non solo non ha ragione di esistere ma non conviene a nessuno, nemmeno al razzista.

Voi direte: ma che c'entra questo con MedBunker?
C'entra per tanti motivi.
Intanto è un pensiero che è nato durante la mia professione e poi mi è tornato in mente perché in questi mesi, in Francia, si è parlato proprio di questo.
Siamo a dicembre 2017, quando una donna di colore si lamentava di forti dolori "alla pancia" e si rivolge telefonicamente al SAMU (in nostro 118) per chiedere aiuto.
La donna, trasportata in ospedale, morirà nel pomeriggio per shock emorragico.

Il problema è nato quando un giornale locale ha diffuso le parole tra la donna e l'operatrice del centralino del servizio di emergenza medica. Mentre la donna si lamentava con voce flebile di avere "mal di pancia", "dolori dovunque", l'operatrice perdeva tempo. Alla frase "sto morendo" l'operatrice rispondeva: "certo signora, un giorno morirà come tutti".
Poi la voce al centralino si allontana e dice a qualche collega "dammi il numero, la signora che ho al telefono dice che morirà e certo, morirà come tutti" e la rimanda ad un altro servizio sanitario e non alle ambulanze con inevitabile perdita di tempo. Questa perdita di tempo sarebbe stata decisiva nella tempestività dei soccorsi. In seguito alla scoperta delle parole dell'operatore del centralino, questo è stato sospeso.

Il sospetto è che si sia trattato proprio di un caso di "razzismo medico". Da qui il dibattito sulla fantomatica "sindrome mediterranea" con la scoperta di tantissimi casi, tutti sottovalutati su pazienti stranieri o di etnia non europea che per gli operatori sanitari "esageravano" o "fingevano". Altre volte può essere una lezione per chi, operatore sanitario, sottovaluta sintomi e descrizioni fornite dai pazienti (qui mi rivolgo ai giovani colleghi: non sottovalutate MAI nessun segno, giudicate a posteriori non a priori).

Certo, a volte si tratta di "normali" errori medici. Per chi fa il medico è storia quotidiana imbattersi in chi, al pronto soccorso, sembra esagerare i sintomi e spesso è così ma il pericolo si nasconde quando non lo è. Questo è un ostacolo, capire fino a che punto sia allarmante un sintomo è difficile. Se però l'operatore sanitario aggiunge un altro ostacolo, pericolosissimo, il proprio pregiudizio, espone il paziente ad un problema grave e se stesso ad un errore gravissimo.

Non sembra comunque un problema che riguardi noi italiani ma probabilmente lo riguarda indirettamente perché mostra come i pregiudizi, soprattutto quelli culturalmente radicali, non sono solo stupidi ma possono essere anche pericolosi.

Alla prossima.

martedì 9 ottobre 2018

Gli ultimi cinque giorni di Riley.

Facendo un lavoro che a volte ti mette a contatto con la sofferenza e la morte, ogni volta che leggo qualcuno minimizzare gli effetti delle malattie o la realtà di certe sofferenze cerco di giustificarne il comportamento.

Nella mia vita ho "ovviamente" visto di tutto. Madri perdere i loro figli e figli perdere le loro madri. Non ti abitui mai, nemmeno se è una cosa che ti aspettavi. Devo dire che, da quando sono diventato genitore anche io, non riesco a resistere davanti alla sofferenza di un figlio che perde uno dei genitori, è un dolore molto forte che, da padre, non riesco a razionalizzare.
Ma sono quelle cose che fanno parte del lavoro che faccio, si va avanti e si continua.
Per questo quando sento persone che dicono che "di morbillo non è morto nessuno" o "le malattie esantematiche sono poca cosa" resto stupito ma poi mi rendo conto che finché da certe cose non ci passi sembra che non possano toccarti mai.

Ho sempre detto che i virus o i batteri non scelgono secondo la simpatia di ognuno di noi o perché siamo alti o bassi, vanno a caso, è il loro destino. Colpiscono chi capita. Spesso fanno male, a volte addirittura uccidono.
Per questo sostengo che impedire che queste sofferenze avvengano è un dovere per tutti, soprattutto per chi ha la responsabilità, come dei genitori, di bambini piccoli che non possono scegliere. Come possiamo proteggerci da queste malattie?
Oggi abbiamo la possibilità di farlo in due modi.
Vaccinandoci e vaccinando i nostri figli. C'è una piccola finestra nella quale non è possibile (sono troppo piccoli) vaccinare i bambini, può farlo la madre in gravidanza. Nel periodo della gestazione è infatti indicato vaccinarsi per l'influenza e per difterite, tetano, pertosse (con il vaccino acellulare). Proteggeremo nostro figlio appena nato.

Quando si parla di vaccini capisco perfettamente quei genitori che si fanno assalire da paure e fobie, perché la maggioranza dei genitori antivax sono semplicemente ansiosi, amano i loro figli come tutti i genitori ma si lasciano assalire dall'ansia instillata da furbetti e ciarlatani. Però non li capisco quando si intestardiscono nel trovare scuse per giustificarsi. Le malattie infettive sono pericolose per definizione. Possono causare disturbi seri quando va bene, possono diventare rischiose per la vita, possono uccidere.
Dipende da tante cose, poche controllabili o prevedibili. Può succedere a tutti, i virus e i batteri che colpiscono l'uomo sono fatti per contagiare, semplice.

Credo di essere cosciente di queste cose, non solo perché essendo un medico le ho studiate ma anche perché ho visto gli effetti devastanti di una rosolia in gravidanza o di una "banale" influenza sempre in gravidanza.
Perché ho visto il morbillo in un bambino e la pertosse in una bambina.
Per scelta e carattere non uso mai immagini impressionanti o storie strappalacrime, preferisco parlare di medicina spiegando in maniera razionale le cose ma qualche giorno fa mi sono imbattuto in una storia che inizialmente mi ha incuriosito, poi mi ha preoccupato e infine, con l'immagine finale, mi ha scioccato. Un pugno nello stomaco che vorrei arrivasse a quei genitori che fingono di credere alle malattie "buone" e gentili che non colpiranno mai i loro figli. Non ci sono malattie buone, non ci sono sofferenze "dovute" per i nostri bambini. Se è possibile prevenire una sofferenza abbiamo il dovere di farlo.
Per questo racconto questa storia e lo faccio anche perché lo hanno fatto i genitori di un bambino per sensibilizzare gli altri genitori.
Un ricordo della vicenda si trova anche su una pagina Facebook (che ha dei video impressionanti).
La storia mi ha colpito non per il finale, purtroppo comune a tante di queste storie ma per l'impatto dell'immagine che chiude la scena, che ho trovato incredibile, drammaticamente dura e forte.
Così non voglio girarci troppo attorno. Vi racconterò questa storia esattamente come l'ho appresa io, veloce, rapida. Non mi dilungherò con le parole, vi dirò quello che ha detto la mamma del piccolo.

È la storia di Riley Hughes, un neonato australiano, i cui genitori hanno deciso di raccontarne i primi giorni di vita.
Riley nasce a febbraio del 2015 a Perth, in Australia, in buona salute. Allattato dalla madre si mostra subito vivace e attivo.
Riley, due settimane dopo la nascita, con la sorellina.
Come ad ogni nuovo arrivo, la casa diventa una festa. Amici, parenti, tutti vogliono vedere Riley, che è veramente molto bello. Purtroppo il bambino, all'età di 27 giorni, inizia a stare male. Dorme più del solito e non si nutre bene.
I suoi genitori lo portano in ospedale. I medici iniziano degli esami e, a parte una leggera tosse ed uno stato un po' strano di quiete, il bambino non mostrava segni preoccupanti.
Riley viene quindi ricoverato per sicurezza e analisi più approfondite.

Il primo giorno di ricovero Riley mostrava una strana "stanchezza", dormiva molto e non si allattava come i primi giorni di vita. L'unica cosa che si evidenziava era una tosse insistente ma non tipica della pertosse.

Il secondo giorno di ricovero, i medici, vista la mancanza di altri dati, iniziarono a sospettare una pertosse atipica, la tosse era sempre più forte e Riley doveva essere nutrito a forza.


Al terzo giorno di ricovero le condizioni di Riley si fanno più serie. Nonostante non siano ancora pronti i risultati degli esami i medici sono quasi totalmente concordi nel parlare di pertosse. La situazione è difficile. Riley era troppo piccolo per essere vaccinato e la pertosse nei neonati può essere gravissima.


Le difficoltà respiratorie di Riley sono sempre più evidenti, sono necessarie terapie e lo stato di completo abbandono del bambino è chiaro. Trasferito in rianimazione, arrivano i risultati degli esami che confermano: è pertosse.

La mamma di Riley racconta un particolare da brividi. Il reparto di rianimazione è pieno di pubblicità di agenzie funebri per bambini e questo la fa entrare in uno stato di terrore e ansia incredibile.


Riley sta malissimo. I medici dicono di non nutrire molte speranze. Il papà gli canta la sua canzone preferita, in rianimazione cala il silenzio. Ormai gli organi del piccolo sono al collasso.


La sorella di Riley decora la piccola bara che contiene il corpo del neonato.


I genitori di Riley hanno espresso il desiderio di impegnarsi affinché queste cose non capitino ad altri bambini, ora sono coinvolti in iniziative di divulgazione, nelle quali spiegano l'importanza dei vaccini, soprattutto in gravidanza, che possono salvare tante vite, dalle sofferenze e dalla morte.
Così da rendere la morte di Riley, il loro neonato, utile a qualcuno.

Alla prossima.

***

"Nessun bambino o genitore deve passare attraverso questo dolore non necessario. Semplicemente non è giusto". Catherine Hughes, mamma di Riley.

La famiglia Hughes vuole essere sicura che la morte di Riley Hughes non sia stata inutile spiegando alle famiglie l'importanza della vaccinazione, cosa che hanno fatto collaborando con la Immunization Foundation of Australia per raccontare la storia di Riley sul Light for Riley Project.


lunedì 17 settembre 2018

Io e il CicapFest

Credo sia la quinta volta che partecipo (come spettatore o relatore) al Cicap Fest.
È il festival del Cicap, associazione fondata tanti anni fa da Piero Angela (un po' il papà di tutti noi divulgatori e di tutti gli appassionati di scienza e scienziati).
La prima volta partecipai per curiosità, poi me ne innamorai.
Succedevano cose strane che non puoi vivere in nessun altro momento della vita, immaginate poi per uno come me che fa un lavoro stressante e che richiede concentrazione continua. Nel festival invece mentre parlavo con un collega delle difficoltà nel comunicare l'idea di immunità di gregge, mi chiamano perché sta per iniziare la conferenza sui cerchi nel grano e mentre faccio una foto con un amico devo sbrigarmi o rischio di perdere la presentazione sugli esorcismi. Ma si parla anche di come si comunica con le persone, come si parla di vaccini, si spiegano i meccanismi della mente che ci fanno sbagliare giudizio, gli errori più tipici nell'alimentazione, nella chimica, nella vita di tutti i giorni. Insomma una vera palestra per la mente.
Nei giorni del festival io sono felice.
Parlo di cose belle e interessanti, stimolanti, il mio cervello si disintossica, si rilassa. E poi la sera ci sono sempre spettacoli bellissimi. Una sera quello di magia. Pensate a quando eravamo bambini e ci stupivano i maghi con i loro trucchi, pensate a riviverlo e a farlo nella cornice di un teatro classico. Sembra di essere sospesi nel tempo.
Non devi chiederti "che trucco usa?" o "l'ho capito, nasconde una carta nella manica!", devi solo lasciarti andare, stupirti, applaudire e sorridere. La sera dopo una intervista doppia: a Piero Angela e a Samantha Cristoforetti, la prima donna italiana ad andare nello spazio. Passi da una cosa impegnativa ad una leggere, da un argomento ostico ad uno semplice, visiti una mostra di illusioni ottiche e ascolti una genetista. Cosa chiedere di più?

Samantha Cristoforetti e Piero Angela (di spalle il conduttore della serata) salutati dal pubblico alla fine dell'intervista.

Il problema è casomai la scelta, per vedere una presentazione devi rinunciare all'altra, per ascoltare un amico devi rinunciare all'altro ma come si fa, ci vorrebbero due mesi di festival.
Per questo, ogni volta che qualcuno mi chiede com'è il Cicapfest ne parlo in maniera entusiastica, è veramente entusiasmante.
Quest'anno poi la cornice era bellissima: Padova.
Città che evoca la scienza, con un'università di eccellenza, dove per la prima volta al mondo si laureò una donna. Città dove parlarono Galileo Galilei, Andrea Vesalio, Nicolò Copernico. Dove c'è un museo della storia della medicina bellissimo.
Basterebbe entrare nell'aula magna dell'università, a Palazzo Bo per capire la grandezza di questa istituzione italiana.

Aula magna dell'università di Padova, palazzo Bo.

La cattedra di legno che la tradizione vuole fosse quella dalla quale insegnava Galileo Galilei.

Cosa si cerca di più?
E poi le emozioni. Girarsi e trovarsi accanto a Piero Angela, sentire parlare il prof. Garattini o Roberto Vacca, vedere la presenza di tante istituzioni (il MIUR o l'istituto superiore di sanità tra le altre), di amici e persone interessanti. Bello, davvero bello.
Poi una cosa che mi ha sorpreso ed un po' fatto venire i brividi (concedetemelo, sto crescendo e ormai mi emoziono facilmente).

Ero relatore al Cicap fest e, per la mia frequentazione con il Cicap (sono socio emerito, con mio onore) e grazie a questo blog e ai miei libri, molte persone mi conoscevano o erano venute apposta per ascoltarmi.
Non mi stupisce la sala piena (non solo per me ovviamente, ero accompagnato da relatori di alto livello), al Cicap fest succede, mi ha stupito tutto il contorno. Oltre agli amici con i quali mi vedo anche solo in queste occasioni ma che è sempre un piacere incontrare e salutare, sono stati tantissimi i giovani che mi hanno fermato per un saluto, un complimento, una foto, un autografo, tantissimi.

Sala piena per la mattinata che mi ha visto tra i relatori

Studenti (anche di scuola superiore) che mi hanno detto di seguirmi da anni e che sono appassionati di scienza, che erano emozionatissimi all'idea di fare una foto con me, qualcuno quasi tremava. Io, che di certo non sono una rockstar, ero più emozionato di loro nel vedere quanta passione, quanto entusiasmo e quanta felicità potesse causare un incontro con me. Credo di rappresentare, per loro, una voce di razionalità, di ragionamento e studio. Forse rappresento anche uno scudo alla cattiva informazione. Se ci penso è troppo per me ma è anche bellissimo ed è una sfida. La stragrande maggioranza delle persone che mi ha fermato per un saluto era giovanissima. Alcuni persino troppo timidi per salutarmi (la prossima volta fatelo, non mangio nessuno).

Vedere un ragazzo di venti anni che mi ferma e mi dice "mi scusi, lei è Salvo Di Grazia? Io la seguo sempre, da anni, la ringrazio per tutto, grazie!" non è emozionante, è incredibile.
Perché questi ragazzi poi avranno altri riferimenti, come io avevo un mio zio medico che per me era un eroe e Piero Angela che mi aveva accompagnato nel piacere della scoperta ma il poster della mia stanza raffigurava il mio chitarrista preferito (con accanto Marylin Monroe). Se un giovane di oggi ascolta Young Signorino (mamma mia...) ma anche Samantha Cristoforetti che spiega la differenza tra "mancanza di gravità" e "assenza di peso", cosa c'è di male? Niente, è normalissimo, è esattamente identico a me o altri che ascoltavano Piero Angela che spiegava come si estinsero i dinosauri e i Righeira (mamma mia...) che cantavano "Vamos alla playa", è giusto così.

Non è Salvo Di Grazia che formerà questi ragazzi è la sua idea, il suo esempio, la strada che contribuisce, con altri, a costruire. È questo incredibile e bellissimo.

Come si fa quindi a non essere ottimisti?
Quando sentiamo parlare di gioventù bruciata, senza futuro, persa, non è forse la stessa cosa che sentivamo quando eravamo giovani noi?
Cosa ha fatto quindi la differenza tra un giovane che effettivamente si è poi bruciato e un altro che invece ha preso una strada considerata "positiva"?
Tantissime cose, anche imprevedibili ma probabilmente anche questo, l'esempio degli altri, i riferimenti, i simboli che incontri nella tua vita, volente o nolente, contribuiscono a formarti e formare la tua mentalità.

Quando si torna a casa, finito il Cicap fest, si è molto stanchi ma la sensazione è quella di quando si finisce un viaggio: non vedevi l'ora di tornare ma è stato bellissimo e lo rifaresti domani.

A chi ha organizzato vanno i complimenti, una cosa veramente fatta bene, maestosa, enorme e riuscita. Un ringraziamento particolare a tutti i ragazzi (volontari!) dello staff, perfetti, gentili, in gamba, senza di loro nulla sarebbe stato così bello.
Perché, lo dico, sinceramente, è veramente tutto bello.
Infatti al Cicap fest mi sento felice.

Si vede che ero felice? (credit: Andrea Salsi)

Per questo, e ve lo dico da ora proprio per darvi il tempo di prepararvi, vi posso dare un consiglio: partecipate al prossimo, se vi piacerà, partecipate agli altri. Lo farete per voi e vi farà pure bene alla mente.

Alla prossima.

lunedì 20 agosto 2018

Complotti in soldoni.

C'è poco da fare.
Internet è stata un'invenzione eccezionale. Mette a disposizione una mole di dati incredibile e raggiungibile con una facilità e velocità impensabili fino a pochi anni fa. Per chi come me ha vissuto a cavallo del suo avvento (ricordo le pagine che si caricavano in mezz'ora degli esordi del web) si è trattato di una rivoluzione.

Come in tutte le rivoluzioni, accanto ai tanti ed insostituibili lati positivi, ci sarà sempre qualcuno che ne approfitta.
Così nel marasma della rete web si è notato che internet consente a tutti di esprimersi, cosa bellissima ma insidiosa, chiunque, competente o meno, sano di mente o meno, buono o cattivo, può esprimersi, diffondere le sue idee e creare discussioni di qualsiasi tipo. Questo può creare confusione, disordine, incertezza, può diffondere cattive notizie, a volte vere e proprie falsità, seminare sfiducia, paure, disagi. Insomma, non tutto ciò che ci permette internet è positivo.
Ma bisogna essere ottimisti. Internet è un mezzo e lo prendiamo per quello che è.
Uno degli aspetti "neri" della rete è il complottismo.

Si tratta di una corrente di pensiero che esiste da sempre per la quale ogni evento umano non è casuale ma frutto di accordi, complotti e, soprattutto gli eventi storici, quelli importanti o noti, sono sempre un falso, qualcosa creata a tavolino, un falso evento costruito per ottenere qualcosa (a danno della popolazione).
Il complottismo, lo dico a scanso di equivoci, è uno stupidaggine ed è appannaggio degli stupidi. I complotti esistono (hanno fatto la storia dell'uomo) ma che ogni evento umano diventi un complotto è un'idea da patologia psichica (ne ho parlato anni fa). I complottisti seminano false notizie, allarmi, creano confusione, caos sociale e lo fanno per puro interesse personale. Non tutti però.
Esistono complottisti per mentalità ma esistono complottisti per interesse (a volte i primi si trasformano nei secondi): soldi, guadagno. Si creano una fedele clientela (di creduloni) e vendono notizie (false) ma anche oggetti, gadget, video, conferenze.
Non ci arricchisce (in Italia) con il complottismo ma si "arrotonda".
Ora, se il complottista per mentalità è spesso ingenuo e semplicemente non sa distinguere le notizie false da quelle vere, il complottista per mestiere le notizie false le crea, il dubbio lo insinua, lo costruisce, è il suo stipendio.

In Italia, uno dei guru del complottismo, è Massimo Mazzucco. Un tempo regista di film si è poi abbandonato ai video su You Tube e alla creazione di storie misteriose e false cure mediche.
Perché parlo di lui?
Perché se leggete tutto questo e se ho fatto della divulgazione un mio secondo lavoro lo devo tutto a lui.

Questo personaggio mi è tornato in mente in occasione dei tragici fatti di Genova, l'incredibile crollo del ponte che ha causato decine di vittime. Tra cordoglio, stupore e disperazione, è apparso anche lui, Mazzucco, che con un guizzo da serpente, si è chiesto come mai non ci fossero video chiari sul crollo del ponte. Non video in generale, proprio video che mostrino il punto esatto del crollo prima del crollo.

Non so perché non ci siano ancora video chiari (non so nemmeno se ne esistano, non mi interessa) ma per lui questo è segno che c'è qualcosa che non va, che le autorità ci mentono, che c'è sicuramente qualcosa da nascondere. Sono passati (il giorno dell'articolo di Mazzucco) solo quattro giorni dalla tragedia e già il complottista si fa domande. Non aspetta lo sviluppo delle indagini, il passare del tempo, non aspetta che qualcuno scopra telecamere che abbiano ripreso dettagliatamente la scena (che potrebbero pure non esserci, non è che si sa prima il punto esatto di un crollo), non si chiede se qualcosa (le condizioni del tempo, la pioggia, le posizioni delle cose) possa aver impedito di soddisfare la sua curiosità, non aspetta le indagini. C'è qualcosa che non va. Punto.

Ecco, questo è il complottismo.
Il fatto che non ci siano video chiari sul crollo del ponte (che non sappiamo se è vero, magari ce ne sono ma non sono stati mostrati al pubblico, la realtà non è fatta solo di telegiornali e Facebook) significa mille cose ma non per forza che si nasconda qualcosa, d'altronde ci sono pure testimoni oculari, tanti ma "non ci sono i video". Ecco come Mazzucco, complottista per eccellenza, ha trovato il mistero da vendere. E infatti i suoi lettori gongolano.
"Ora ti riconosco!", gli dice uno dei suoi.
Per Mazzucco il crollo del ponte di Genova è un "nuovo Pentagono" (riferimento ai fatti dell'11 settembre, ovviamente anch'essi un complotto). Non è una tragedia italiana, terribile, non è dolore e spavento, è un nuovo Pentagono (ma con il punto interrogativo, così può dire che lui si fa le domande ma lascia comodamente le conclusioni ai boccaloni).
Questo personaggio l'ho dimenticato da tempo ma rivederlo a parlare di "misteri" inseguendo il dolore e la morte mi ha fatto ricordare i fatti di tanti anni fa.

Mazzucco mi fece entrare nel mondo del complottismo quando iniziò a pubblicizzare le attività di un guaritore, un ex medico che diceva che tutti i tumori fossero causati dalla candida (un fungo comune) e che la cura fosse il bicarbonato di sodio (già, il bicarbonato di sodio). L'ex regista gestiva il sito "statunitense" del guaritore e ne curava i contatti. Questo ex medico, Tullio Simoncini, pregiudicato, pluricondannato, radiato dall'ordine dei medici, arriva a chiedere anche 30.000 euro per una "cura" con il bicarbonato miracoloso.

Per "provare" queste incredibili guarigioni Mazzucco realizzò dei video ed uno di questi (forse il primo ma non ricordo bene) lo pubblicò nel suo sito, dando un titolo altisonante: "guarisce dal tumore alla vescica via email con il bicarbonato di sodio".
In questo video una signora australiana, Lorna, diceva di avere avuto un tumore alla vescica, di aver chiesto a Simoncini dei consigli via email e che questo le avesse consigliato dei lavaggi con acqua e bicarbonato. Così facendo, in poco tempo, il tumore sarebbe sparito. Tutto certificato da referti che venivano mostrati nel video, con le sottolineature e gli "zoom" che certificavano "assenza di malattia", "guarigione".
Mazzucco, alle richieste incredule dei suoi lettori rispondeva sottolineando ed insistendo sul fatto che la signora, oltre al bicarbonato magico, non aveva fatto altre cure: "la signora non ha subito nessun trattamento", solo il bicarbonato.


Incredibile ma vero, eppure i suoi non ci credevano ma niente: "la signora ha rifiutato qualsiasi cura e ha fatto solo il bicarbonato". Più chiaro di così (anzi Mazzucco si chiedeva "cosa c'è di difficile da capire?").


Ora, potete comprendere che riuscire a curare via posta elettronica con il bicarbonato di sodio un tumore sarebbe qualcosa che nemmeno il più stupido dei boccaloni potrebbe credere, ci troveremmo davanti ad un miracolo, invece nel suo sito molti erano entusiasti. Compreso un mio collega, intelligente ma pigro, che mi segnalò il fatto.
Io andai a guardare questo video e, come farebbe qualsiasi medico di normale preparazione, cerca di leggere i referti che "certificavano" l'incredibile guarigione. Feci insomma la cosa più normale e semplice da fare: controllare.

Con pazienza guardai i video e, al momento dei referti, feci un fermo immagine per leggerli meglio, senza la distrazione di "zoom" ed inquadrature da Hollywood.

Nei referti c'era scritta la realtà, quella che va oltre i sogni, le invenzioni, le bugie, le bufale.

Lorna aveva subito degli interventi chirurgici (in gergo tecnico TURBT, l'intervento di routine in questi casi) che le hanno tolto ogni traccia del tumore.

il referto del medico che appariva nel video, c'è scritto: "ho rivisto Lorna oggi, dopo la sua TURBT della scorsa settimana..."

Nessun miracolo, nessun bicarbonato, Lorna si era curata come si sarebbe curata qualsiasi persona al mondo con questa malattia, in ospedale, con un'operazione.
Era una bufala ben confezionata, con un trucco nel filmato che potesse colpire gli ingenui spettatori. Semplice.
Così come erano bufale anche altri video su guarigioni miracolose del guaritore romano, un ritocco, un trucco, un falso referto ed ecco che si crea il "caso".
Molti dei "guariti" da Simoncini" dei video creati da Mazzucco, oggi sono morti. Restano guariti solo su internet.

Non vi racconto cosa successe dopo. Iniziai a controllare altre presunte guarigioni miracolose di Simoncini scoprendo che in tutte c'era qualche trucco, delle manipolazioni, referti falsi e Mazzucco, nel caos più totale (arrivò a chiudere il sito non sapendo che pesci prendere) mi mandò via, espellendomi con la scusa di aver "offeso", diffamato il guaritore del bicarbonato. Una realtà virtuale. Nel mondo normale una persona che svela una truffa verrebbe ringraziata, premiata, nel web del complottismo rompe un gioco, un ingranaggio e deve scomparire.

Svelare che un guaritore ha utilizzato trucchi per imbrogliare è "diffamare". La realtà parallela del complottismo.

In quel momento iniziò l'avventura di MedBunker. Non volendo perdere l'insegnamento di quell'esperienza iniziai a scrivere qui, il resto è storia.
Ho anche ringraziato Mazzucco per aver contribuito alla nascita della mia nuova passione ma non mi sembrò così entusiasta della mia gratitudine.

Pazienza.

Ecco, questo per dire come dietro al complottismo non c'è normale "voglia di capire" o sano sospetto.  Non vedrete mai un complottista indagare o scoprire segreti dietro i disastri ambientali o l'inquinamento. Li vedrete discutere di UFO, di cerchi nel grano o strane esperienze paranormali. Le cure "alternative" non sono interessanti o da sperimentare, sono il bicarbonato, la pranoterapia, il decotto di erbe. Sciocchezze, banalità. Mazzucco, alla sua veneranda età, è ancora lì che parla del "falso" sbarco sulla Luna, del "falso" attentato alle torri gemelle, degli extraterrestri che fanno i cerchi nel grano ed è sempre lì che crea video su corpi di alieni ritrovati in America. Argomenti risibili, che non hanno nessuna importanza per la vita che viviamo, banali.
Perché devono essere cose semplici, comprensibili, devono arrivare alla parte del cervello più stupida, quella che si accontenta. Per Mazzucco nel crollo del ponte (tre giorni dopo) il "mistero" è la mancanza di filmati. Lancia l'amo con un dubbio, semina incertezza e ansia e qualcuno abboccherà. Complottismo.

Perché lo fanno?
Spesso ci sono interessi economici, altre volte semplice mitomania o voglia di farsi notare. Mille motivi. Il problema è che questa gente semina dubbi e paure che possono essere pericolose. Simoncini, negli anni, dopo essere diventato ricco, ha seminato morte e dolore, le sue vittime ormai non si contano più e Mazzucco ne parlava (e ne parla) come se parlasse di un benefattore.

Rivedere Mazzucco, una persona adulta, matura, che blatera ancora di telecamere e complotti anche in occasione di questa tragedia, mi ha riportato in mente quei giorni di tanti anni fa, quando, ancora inesperto, cercavo di capire come avesse fatto il bicarbonato a curare un tumore, visto che all'università mi avevano insegnato cose diverse e visto che, conoscendo i tumori, non credevo possibile che del bicarbonato potesse curarli. Scoprire che esistono persone che si inventano sciocchezze anche in cose gravissime e delicate, mi sconvolse ma mi aprì anche un mondo, una realtà che non conoscevo.

Il ponte che è crollato è una tragedia ma è ancora più tragico che ci siano persone che usano le tragedie per creare una storia parallela che non serve a nessuno se non a loro stesse. Facendolo non mancano di rispetto solo a chi legge, a chi potrebbe crederci (se racconti bugie non stai rispettando chi ti ascolta) a chi potrebbe trovarsi in un momento di bisogno e cadere nelle mani di un ciarlatano, non rispetti nemmeno chi sta soffrendo, chi ha avuto morti in famiglia e nemmeno le vittime. Non stai rispettando nessuno, nemmeno te stesso che hai trasformato in un bufalaro.

Forse è questo che dovremmo insegnare ai nostri figli, il rispetto.
A prescindere.

Alla prossima.

"Le teorie di complotto sono popolari perché, non importa di cosa trattano, sono tutte realtà confortevoli, perché sono tutte modelli di semplicità totale". (William Gibson)

lunedì 4 giugno 2018

A qualunque costo.

Se crediamo a qualcosa, anche la più assurda e non provata ci crediamo nonostante tutto ci dica che non esiste.
Provate a parlare di omeopatia.
Provate a mantenervi sui fatti. Per esempio:
1) In un globulo omeopatico oltre la 12ma diluizione non c'è nessun principio attivo, solo zucchero.
2) Non c'è nessuna prova scientifica né plausibilità nel fatto che un globulo di zucchero possa curare una malattia.
3) Non c'è nessuna prova scientifica che l'omeopatia possa essere efficace.
4) Ci sono molte prove scientifiche ed è plausibile che un globulo di zucchero possa causare un effetto placebo (migliorare dei sintomi perché si crede di avere un'azione curativa).
Possiamo dire quindi, senza timore di smentita, che l'omeopatia, basata sulla somministrazione di caramelle di zucchero, non possa avere nessun effetto terapeutico, in ogni caso mai superiore al placebo, non cura le malattie dunque, più di una caramella o di un bicchiere d'acqua.

Non ho elencato opinioni o ipotesi ma fatti. Ci siamo?
A prescindere dalle reazioni scomposte, arrabbiate, aggressive di chi di omeopatia ci vive o chi ne ha fede completa a prescindere dai fatti, è interessante studiare la reazione di chi, in buona fede, la usa per esperienza personale.
In una discussione che riportasse questi fatti ci sarà sempre qualcuno che risponderà "ma su di me ha funzionato" oppure "io con l'omeopatia ci ho curato una bronchite".
Matematico.

Le persone antepongono (è istinto) le esperienze personali ai fatti oggettivi. L'esperienza personale è spesso considerata certa, non è ammesso l'errore o l'imprecisione perché la "vediamo", la tocchiamo con mano e, nonostante si sappia che vi siano molti fattori che possono condizionarla e persino veri e propri inganni che ci possono fare sbagliare giudizio, c'è chi preferisce affidarsi alle "impressioni" che "ai dati".
Per questo motivo pratiche alternative (proprio come l'omeopatia) hanno un discreto successo in certe fasce di pubblico.
Soddisfano i desideri del consumatore (curarsi velocemente, semplicemente, "dolcemente"), consentono di "curare" senza per questo preoccuparsi dei rischi (nessun effetto collaterale), hanno meccanismi di azione miracolosi e quindi potenzialmente magici (il simile cura il simile, la memoria dell'acqua): nonostante tutte queste siano false convinzioni.
Ma è difficile smentirle e, anche smentendole, chi è "caduto nella trappola" non lo ammetterà, quasi mai. Altrimenti non esisterebbe chi compra gli "anelli dell'immortalità" (calamite che si indossano come un anello e che donerebbero il dono dell'immortalità) o l'MMS (candeggina miracolosa venduta come panacea per tutti i mali).
La risposta "su di me ha funzionato", è giusta, corretta, non criticabile. Però è anche scientificamente sbagliata, errata dal punto di vista medico e, probabilmente, una bugia.

Non solo è difficile ammettere le proprie debolezze ed ignoranze ma, ammessa l'inutilità dell'omeopatico si ammetterebbe di aver "mentito" a se stessi ed ai propri famigliari.
Molte mamme che usano omeopatia per i malanni dei figli (meglio su quelli molto piccoli), per esempio, lo fanno molte volte per sentirsi "a posto", consce di aver fatto qualcosa, di essersi prese cura del bambino senza per questo andare dal medico o preoccuparsi degli effetti indesiderati delle medicine. Quando la malattia sarà guarita (fortunatamente la maggioranza delle malattie passano da sole) il merito sarà dato all'omeopatico, non solo perché è "logico" (il bambino stava male, ho dato "la pillola" ed è guarito) ma perché così si giustifica ogni cosa: la spesa, l'impegno, la fede: si potrebbe ammettere di aver riempito il bambino di caramelle pur di sentirsi con la coscienza a posto?

Non può quindi essere vero che l'omeopatia è zucchero, infatti la malattia è passata. Certo che i genitori fanno queste cose in buona fede, nessun genitore vuole il male del figlio ed i meccanismi che permettono un comportamento del genere sono molto complicati.
Ovviamente, di fronte all'insuccesso ci saranno tante giustificazioni: errori di dosaggio, non aver trovato il rimedio giusto, problemi di altro tipo. Mai ammettere di aver somministrato uno zuccherino, significherebbe ammettere la propria debolezza. Una sorta di "coerenza" portata all'estremo: se credi nella magia ci devi credere fino alla fine, anche a costo di tragiche conseguenze.
In altre parole questa si può chiamare "fede".

Questo succede a maggior ragione dalla parte dell'omeopata. Ha sempre una "via di fuga" (ad esempio iniziare un farmaco quando notasse il peggioramento della malattia) ma anche una giustificazione puntuale all'insuccesso del prodotto omeopatico, oppure nel giustificare i fallimenti trasformandoli in prove di successo. È nella stessa essenza dell'omeopatia giustificare l'inutilità del rimedio trasformandola in "utilità". Pensate (molti non lo sanno) che per gli omeopati la cura tipica prevede, dopo i primi sintomi in corso di cura, un iniziale peggioramento dei sintomi seguito, alla fine dalla guarigione. Cosa succede normalmente in una malattia (mettiamo una faringite)? Proprio questo: i primi sintomi, poi il peggioramento, poi progressivamente un miglioramento che finisce con la guarigione. Questo è quello che succede normalmente senza fare nulla. Con le medicine cerchiamo di evitare i sintomi (dolore, febbre, fastidi, insonnia...) accompagnando il paziente alla guarigione. L'omeopatia invece, non avendo nessuna azione, non dice "non funziono" ma "ruba" il decorso normale di una malattia trasformandolo in "effetto" della cura. Quando un guaritore sente il suo paziente lamentarsi di un mal di testa che non passa non gli dirà "forse ho fallito" ma "bene! Questo è il segnale che le mie energie funzionano".



Di questo fenomeno, abbastanza costante ne abbiamo un esempio (drammatico, dal mio punto di vista) pubblico.

Appare in un sito di omeopatia [la pagina è stata rimossa, ora appare questa: qui, qui un altro resoconto anche con foto] ed è raccontato da una dottoressa, un medico omeopata che narra le tragiche avventure del figlio che, un giorno, presenta febbre, delirio, dolori addominali e brividi. Ovviamente, riporto il racconto perché pubblico e perché, nella sua assurdità è davvero un caso da scuola.
Faccio solo un riassunto ma leggere la testimonianza completa è veramente preoccupante.

L'omeopata, per alleviare i preoccupanti disturbi del figlio, usa dei rimedi omeopatici e panni freschi, estratti di frutta e verdura e clisteri.
Il bambino chiede aiuto, lascia alla mamma un biglietto con scritto: "ma su tutto il mondo sarò il primo che sarà curato con le tue medicine?".
Dopo un apparente miglioramento la febbre diventa molto alta (40 °C), accompagnata da tosse.
L'omeopata cambia rimedi omeopatici.
La febbre però non migliora (e la madre si dice "contenta" di questo fatto), compaiono dolori addominali e difficoltà respiratorie, il bambino riesce a dormire solo seduto perché altrimenti non respira bene (!), una sofferenza inaudita.
L'omeopata sospetta (dai sintomi) una polmonite e sostiene di esserselo aspettato perché, sempre secondo lei (e secondo le dottrine omeopatiche) "è la forza vitale che deve tirare fuori il miasma (la radice)". Pensavo di non aver letto bene, un medico ritiene che la tosse ed il grave malessere del figlio, siano dovuti alla forza vitale che toglie il miasma. Qualcuno penserà che questa omeopata stia dicendo cose a caso, magia nera ed invece i concetti magici di "forza vitale" (teoria in voga nell'800 quando spiegare le malattie, in assenza di qualunque conoscenza approfondita di medicina e fisiologia era un'impresa) sono ancora oggi materia dell'omeopatia che d'altronde pesca a piene mani dalla magia e dalla superstizione. Quindi quelle frasi che sembrano deliri, sono a tutti gli effetti bagaglio di qualsiasi omeopata, anche moderno.

Intanto il bambino, sofferente e sempre più agitato e con tosse, continuava dopo cinque giorni ad avere febbre alta. La mamma omeopata (se guardate il resoconto fotografico lo dice tra sorrisini e smile) dice "capisco la profondità della radice che sta liberando", siamo nella magia pura.

Tosse definita "estenuante" finché non compaiono episodi di "desaturazione" (il bambino, non respirando bene, andava in carenza di ossigeno, molto pericolosa), con seguente "fame d'aria". A quel punto la mamma omeopata, finalmente, lo porta al pronto soccorso. La diagnosi è chiara: polmonite con versamento pleurico. Terapia: antibiotico per 15 giorni e antifebbrile.
La donna decide di evitare la terapia antibiotica per "combattere la radice" (!) e cambia di nuovo rimedio omeopatico.
Passa ancora un giorno.
Le condizioni del bambino non migliorano, continua la tosse, la febbre alta ed il decadimento delle condizioni generali (la saturazione è ormai ad un pericolosissimo 91%), siamo già a sei giorni di malattia con il bambino che chiede disperatamente alla madre di curarlo e lei, l'omeopata che crolla e piange. Chiama a consulto dei suoi colleghi omeopati ed osteopati. Notate come, nonostante l'evidente sofferenza del figlio che addirittura chiede aiuto ed il crollo psicologico dell'omeopata, questa non demorde e va contro ogni ragionevolezza.

Cambio ulteriore di rimedio omeopatico. L'omeopata ormai è in piena confusione, parla di parassiti, vermi, dice cose come "i bambini quando si intossicano e buttano cibo spazzatura dentro il loro corpo, danno da mangiare ai vermi, offrono il terreno giusto ai vermi e poi possono avere sintomi tipo la tosse.", probabilmente è nel caos totale ma non si arrende.

Il giorno dopo il bambino sta meglio. Si alza, inizia a mangiare. Pochi altri giorni e tutto sembra sistemato. Sono passati 10 giorni (10 giorni...).

Al controllo dopo poco meno di un mese non c'erano più segni della malattia.
La madre è contenta, felice perché il figlio ha "buttato fuori" tutte le tossine, ha "curato la radice" è persino dimagrito...

Ecco.
A me una testimonianza del genere fa venire i brividi perché mostra come una persona (una mamma, un medico) perda completamente la razionalità. Pur di non smentire le sue credenze, pur di non andare contro la sua fede (è quello che succede nelle sette, avete presente?) ha fatto soffrire il figlio per giorni, ha lasciato che un bambino con la polmonite, la febbre a quaranta e "fame d'aria" restasse in quelle condizioni per una sfida personale. A cosa è servito al ragazzino soffrire e stare male (e rischiare!) per giorni?
Semplicemente a dare soddisfazione alle convinzioni della madre. Non è un caso che la donna si sia sentita quasi orgogliosa di mettere in pubblico un'esperienza chi chiunque troverebbe paurosa. Leggere di una mamma che assiste "felice" alla sofferenza del figlio è una sensazione indefinibile. Come è indefinibile l'ostinazione a non dare al bambino un sollievo, rifiutando qualsiasi terapia medica.
Se notate la mamma trasforma in "successi" tutti i problemi, in "normale" ogni disturbo, è un modo per cancellare l'ansia e l'omeopatia è una corda alla quale aggrapparsi. Non sta "facendo nulla", sta "curando omeopaticamente".
Irrazionale, credo sia il termine giusto. Sarebbe stato giusto usare antibiotici? Sì, direi di sì.

Gli antibiotici o gli antipiretici non sono pallottole magiche, non fanno scomparire le malattie per un processo misterioso, sono un aiuto che la medicina ci può dare per stare meglio, per non soffrire, per non peggiorare una condizione rischiosa. Un problema come quello del ragazzo probabilmente lascerà strascichi per sempre, anche seri.

Come dicevo all'inizio non si tratta di un atteggiamento che stupisce. Chi aderisce ad un'ideologia raramente riesce a negarla, anche nei momenti più drammatici, di esempi ne abbiamo tanti.
Lo stesso atteggiamento lo ha avuto un naturopata del quale parlai anni fa che, pur di non fare curare la moglie partoriente in ospedale, causò una grave sofferenza al figlio nascituro. Sono atteggiamenti al limite con la patologia. Queste persone non solo credono veramente che lo zucchero possa curare le malattie ma, anche di fronte all'evidenza, non ammettono il fallimento, non possono accettarlo. Storia simile ad altre quindi, come la mamma di una bambina che ha contratto il tetano (il tetano!) e che non era vaccinata per scelta. All'uscita dell'ospedale, intervistata, la donna alla domanda "vaccinerà ora sua figlia?" rispose "vedremo, valuterò cosa fare". Nemmeno davanti alla malattia, nemmeno davanti alla possibilità di rischi altissimi, se si è convinti ideologicamente di qualcosa, cambiare strada, negare le proprie convinzioni è praticamente impossibile.
Per questo sono sempre più convinto che la strada migliore sia l'informazione, onesta, corretta, giusta, l'unica che ha senso fare e diretta a chi vuole capire e conoscere, gli altri non ne avranno nessuna utilità.
Tanto, d'altronde, nessuno di noi deve salvare il mondo, a nessuno è stato dato l'incarico di salvare l'umanità, siamo qui, come tanti altri a fare il nostro lavoro. L'obiettivo di chi fa informazione non è convincere ma trasmettere delle conoscenze. Una persona come questa madre, pervasa da una fede religiosa, non cambierà idea davanti a niente (e lo ha raccontato lei stessa) e quindi non è in cerca di informazioni, anzi, quelle che la contraddicono le eviterà. L'obiettivo della divulgazione scientifica deve essere quello di informare chi le informazioni le cerca, chi ha bisogno di dati seri e controllati.

Io non critico quella madre, non mi interessa, è una persona adulta (e sulla carta competente) ed ha fatto per conto di suo figlio delle scelte libere, sono fatti suoi. A me colpisce il suo racconto perché va oltre la "normalità", la MIA normalità.
Io resto allibito di come noi esseri umani siamo deboli, ingenui, condizionabili e di come, pur sentirci dalla parte della ragione, non guardiamo in faccia nessuno.
Neanche nostro figlio.
Ed è per questo e per questi figli che conviene continuare ad informare.

Per sdrammatizzare e chiudere con più leggerezza, in questi giorni ho ricevuto dei commenti sull'argomento che mi hanno fatto tornare in mente una mia vecchia idea, la fede cieca nell'omeopatia ed in altre pseudocure, per me emerge pesantemente quando, discutendone, c'è chi mi dice "io curo da 30 anni la mia dermatite con l'omeopatia e mi è passata!" senza riflettere che, se curi una cosa da 30 anni, evidentemente non sei guarita, che tu ci creda o no, hai assunto per 30 anni caramelle a prezzi esorbitanti senza nessun motivo.
Ne vale la pena?

Alla prossima.