venerdì 2 novembre 2018

La sindrome mediterranea.

Nel 2000 coronai il mio sogno umano e professionale di tentare un'esperienza di lavoro all'estero. Per chi, come me, aveva scelto come specializzazione l'ostetricia, andare in Francia era la meta. La Francia è considerata la patria dell'ostetricia moderna e della chirurgia ginecologica e, in effetti, posso dire di aver imparato proprio da loro la maggior parte del mio lavoro.
Quello che era routine in Francia da noi era appena arrivato, le attività pratiche (e per un chirurgo sono fondamentali) erano tante, continue, di alto livello.
Andai a lavorare in un grandissimo ospedale storico (prima per sei mesi nel nord est della Francia, poi in altri ospedali), già l'architettura metteva timore. In stile gotico, la costruzione risaliva all'inizio del 1900 ed era stata la casa di medici che avevo letto nei libri come inventori di strumenti, e classificazioni. Pensate che uno dei primissimi primari di quell'ospedale era stato l'inventore dello stetoscopio (lo strumento che permette di ascoltare il battito cardiaco fetale quando è ancora in utero).

Anche l'interno dell'ospedale era maestoso e quasi un museo. Dipinti antichi, statue di marmo, grandi scalinate e corridoi lunghissimi. Metteva soggezione (e infatti le prime settimane furono per me molto dure, psicologicamente).
Per me stare lì era un'occasione ed ero ansioso di apprendere, pendevo letteralmente dalle labbra di quei colleghi più grandi e esperti, quello che dicevano loro era prezioso e fondamentale.
Un giorno, mentre ero di turno, arriva una signora in gravidanza in preda alle doglie. Agitatissima.
Subito dopo essere entrata si ferma, si piega su se stessa e inizia a urlare. A voce altissima gridava "aiutatemi! Aiutatemi". Era di origine maghrebina.
Io mi avvicinai per cercare di darle una mano e provai, parlandole e sostenendola, di farla avvicinare al reparto così da farla sistemare e riposare. Niente, urlava e si dimenava dal dolore provocato dalle contrazioni.
Mi affrettai quindi, aiutandola, a farla entrare in una stanza dove c'erano delle ostetriche che avrebbero potuto prendersi cura di lei.
Notai che qualche mio collega francese, alla scena, assisteva con un fare un po' sornione. Una collega parlava all'orecchio con un altro e sorridevano assieme. Non capivo.
Quando lasciai la donna in stanza dalle ostetriche tornai indietro e incontrai di nuovo la collega che sorrideva (e lo faceva ancora) così per curiosità le chiesi: "ma perché ridi?"
Lei mi rispose più o meno: "non sai riconoscere la sindrome mediterranea? Eppure sei italiano..." e continuò a sorridere.
Io rimasi un po' perplesso.
Non conoscevo questa malattia, conoscevo l'anemia mediterranea, forse si riferiva a questa? E che c'entrava? E soprattutto che c'era da ridere?
Così non risposi e rimasi tutto il giorno con il dubbio della sindrome mediterranea.

Mi convinsi quasi subito che quella donna avesse qualche particolare che facesse sospettare la sindrome e che magari in Francia si chiamasse così ma da noi, in Italia, avesse un altro nome. Certo che ero curioso ma ero troppo preso dal lavoro per approfondire.
La sera consultai anche un libro ma non trovai traccia di questa misteriosa sindrome, internet non dava risultati e non avevo nemmeno il tempo di stare ore davanti al computer.
Passarono pochi giorni e durante il giro di visite in reparto, dopo aver controllato le donne operate il giorno prima, arrivati al letto di una di esse che si lamentava particolarmente, il primario disse: "datele un po' di morfina, questa è sindrome mediterranea".
Eccola di nuovo la misteriosa sindrome.
La sindrome mediterranea, malattia per me sconosciuta, era stata diagnosticata per due volte in pochi giorni, magari in Francia era comune, ecco un'altra cosa da imparare. Sicuramente dovevo approfittarne per capire, ero lì per quello.
Così in pausa pranzo, a tavola con alcuni miei colleghi, chiesi con tranquillità: "ragazzi ma qual è la sindrome mediterranea? In Italia la chiamiamo in qualche altro modo...".
Si guardarono per pochi secondi e scoppiarono tutti a ridere.
Non capivo.
Iniziai a capire dalle loro spiegazioni.

La sindrome mediterranea, per i francesi, è una forma razzista, vaga e senza basi mediche, per definire le persone che si lamentano eccessivamente (secondo i medici francesi) e che hanno origini mediterranee. Riguarda quindi proprio noi italiani, gli spagnoli, i greci ma anche gli originari del nord Africa (marocchini, tunisini, algerini), tantissimi in Francia.
Secondo i colleghi francesi noi saremmo particolarmente esagerati, spettacolari, quando dobbiamo dimostrare un nostro disturbo.
Se abbiamo un dolore urliamo, se ci gira la testa sveniamo, se abbiamo mal di gola non parliamo più, dimostriamo al mondo la nostra immane sofferenza mentre i "nordici" sono più chiusi, composti, meno esaltati. Noi italiani (e i "colleghi" che nascono vicino a noi) saremmo maleducati anche nel dolore. Questo perché noi che ci affacciamo sul mare siamo un popolo esagerato, teatrale.
È una cosa che non sa nessuno fuori dai confini francesi.
Non ci potevo credere.
Non si trattava di una malattia ma di un pregiudizio.

In Francia lo conoscono benissimo.
Ce terme désigne un comportement d’exagération des symptômes de la part d’un patient et ce, du fait de ses origines et de sa culture. Et l’on retrouverait donc ce syndrome chez les populations du pourtour méditerranéen (Italie, Espagne, Portugal, Maghreb). « C’est ce qu’on appelle – entre nous, quand le patient n’est pas là – le syndrome méditerranéen»
 "Questo termine indica un comportamento di esagerazione dei sintomi da parte di un paziente per le sue origini e la sua cultura. Questa sindrome la troveremo quindi nelle popolazioni del bacino mediterraneo (Italia, Spagna, Portogallo, Maghreb). "È quello che si chiama tra di noi, quando il paziente non ci ascolta, sindrome mediterranea""

Io, medico italiano, non ho mai visto una persona lamentarsi "troppo" o esageratamente in maniera legata alla sua origine etnica, senza dubbio il marocchino si lamenterà "come un marocchino" e un inglese lo farà "come un inglese" (nel senso che parlerà nella sua lingua, userà espressioni tipiche, così come gesti tipici della sua cultura) ma il dolore è dolore, per tutti ed è una cosa molto soggettiva per poterla generalizzare. Forse quando ci sono vissuti particolari, situazioni delicate, forse c'è qualche componente emotiva che può esagerare le manifestazioni ma non c'è sicuramente un "dolore regionale".
Ci sono italiani che esagerano, stranieri che non dicono una parola e viceversa.
Come detto il dolore è un sintomo molto soggettivo (ed un medico sa che giudicare un dolore è molto difficile).
Ho visto donne con un parto imminente lamentarsi di "qualche fastidio" ed altre con una contrazione ogni 5 ore urlare disperate. Il dolore non dipende dall'età o dalla razza di chi lo sopporta. Persino uno studio sembra dimostrarlo anche se con le difficoltà di un tale esperimento: provocare dolore in varie persone di etnie diverse, suscita la stessa risposta in tutti, indipendentemente dall'etnia o dalla provenienza e per essere più precisi, se piccole differenze possono esserci queste sono legate al contesto culturale ma non possono dirci nulla sul tipo e sull'intensità del dolore che, quando c'è, è uguale per tutti.



Al medico non è dovuto il "giudizio" sul paziente e su quello che lui sente o percepisce ma solo il giudizio sulla malattia, sul sintomo e sul disturbo.
Non per niente un medico non dirà mai "ha un dolore forte" ma "riferisce un dolore forte" perché solo il paziente può sapere se il suo dolore è sopportabile, forte, leggero o angosciante.

Questa storia della sindrome mediterranea mi colpì molto. Non solo per la sua evidente base razzista ma anche perché per i francesi noi italiani siamo "esagerati" mentre probabilmente per qualche italiano del settentrione del paese sarebbero esagerati i meridionali e per i meridionali i nordafricani e, dovete sapere, per i nordafricani sono quelli dell'Africa centrale gli esagerati (anche questo lo scoprìi in Francia).
Il razzismo ha pregiudizi che si alimentano a catena, ci sarà sempre qualcuno che sarà razzista nei tuoi confronti.
Per questo spesso, a chi dimostra razzismo contro una particolare popolazione, ricordo che se un giorno qualcuno vorrà essere razzista nei confronti di lui non ci vorrà uno sforzo particolare.
Si può essere razzisti nei confronti dei calvi o degli obesi. Degli ignoranti o dei poveri. C'è sempre un motivo (stupido) per essere razzisti nei confronti di qualcuno perché disprezzare qualcuno ci fa sentire migliori di lui.
Se qualcuno ci tratta da ultimi, disprezzare qualcun altro ci fa sentire penultimi.
Anche per questo il razzismo è stupido, non solo non ha ragione di esistere ma non conviene a nessuno, nemmeno al razzista.

Voi direte: ma che c'entra questo con MedBunker?
C'entra per tanti motivi.
Intanto è un pensiero che è nato durante la mia professione e poi mi è tornato in mente perché in questi mesi, in Francia, si è parlato proprio di questo.
Siamo a dicembre 2017, quando una donna di colore si lamentava di forti dolori "alla pancia" e si rivolge telefonicamente al SAMU (in nostro 118) per chiedere aiuto.
La donna, trasportata in ospedale, morirà nel pomeriggio per shock emorragico.

Il problema è nato quando un giornale locale ha diffuso le parole tra la donna e l'operatrice del centralino del servizio di emergenza medica. Mentre la donna si lamentava con voce flebile di avere "mal di pancia", "dolori dovunque", l'operatrice perdeva tempo. Alla frase "sto morendo" l'operatrice rispondeva: "certo signora, un giorno morirà come tutti".
Poi la voce al centralino si allontana e dice a qualche collega "dammi il numero, la signora che ho al telefono dice che morirà e certo, morirà come tutti" e la rimanda ad un altro servizio sanitario e non alle ambulanze con inevitabile perdita di tempo. Questa perdita di tempo sarebbe stata decisiva nella tempestività dei soccorsi. In seguito alla scoperta delle parole dell'operatore del centralino, questo è stato sospeso.

Il sospetto è che si sia trattato proprio di un caso di "razzismo medico". Da qui il dibattito sulla fantomatica "sindrome mediterranea" con la scoperta di tantissimi casi, tutti sottovalutati su pazienti stranieri o di etnia non europea che per gli operatori sanitari "esageravano" o "fingevano". Altre volte può essere una lezione per chi, operatore sanitario, sottovaluta sintomi e descrizioni fornite dai pazienti (qui mi rivolgo ai giovani colleghi: non sottovalutate MAI nessun segno, giudicate a posteriori non a priori).

Certo, a volte si tratta di "normali" errori medici. Per chi fa il medico è storia quotidiana imbattersi in chi, al pronto soccorso, sembra esagerare i sintomi e spesso è così ma il pericolo si nasconde quando non lo è. Questo è un ostacolo, capire fino a che punto sia allarmante un sintomo è difficile. Se però l'operatore sanitario aggiunge un altro ostacolo, pericolosissimo, il proprio pregiudizio, espone il paziente ad un problema grave e se stesso ad un errore gravissimo.

Non sembra comunque un problema che riguardi noi italiani ma probabilmente lo riguarda indirettamente perché mostra come i pregiudizi, soprattutto quelli culturalmente radicali, non sono solo stupidi ma possono essere anche pericolosi.

Alla prossima.

29 commenti:

  1. In Italia anche la conosciamo bene, la chiamiamo "sindrome del parallelo"

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  2. Non è in alcun modo limitata alla Francia. La "sindrome mediterranea" è una delle prime cose che mia figlia ha imparato in diagnostica, studiando medicina qui in Germania - cosa che ovviamente sulle prime la mandò in bestia. Ma non solo la ha imparata in sè, ma ha anche dovuto apprendere come applicarla bene per il triage in medicina d'emergenza con numeri elevati di pazienti allo stesso tempo.

    Almeno per come me l'ha descritta, questa percezione non ha nulla a che vedere con il razzismo, né implica un giudizio negativo sul piano umano, e neppure vuole sostenere che esistano diversi livelli di sensibilità al dolore: si tratta piuttosto di tener presente che persone, provenienti da certe culture, tendono a non esprimere in modo plateale la propria sofferenza perché sono state condizionate a vedere la cosa come sintomo di debolezza o comunque disdicevole, mentre in altre culture queste auto-limitazioni sono molto meno forti. Insomma, non si tratta di esprimere giudizi di superiorità o inferiorità, ma solo di tener presente che una certa teatralità nel mostrare i propri sintomi non è necessariamente un'indicazione precisa della loro gravità - esattamente come il tentativo di nasconderli non significa che siano trascurabili.

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    1. Il fatto che nessun libro di medicina, nessuna linea guida, regola di triage né manuale al mondo contemplino un dolore che cambia o si manifesta in maniera diversa secondo la provenienza della persona dovrebbe fare sorgere qualche dubbio sui colleghi tedeschi che hanno insegnato questo sciocchezza a tua figlia.

      una certa teatralità nel mostrare i propri sintomi non è necessariamente un'indicazione precisa della loro gravità

      Appunto, normalmente non ha nessuna importanza il "modo" di interpretare il dolore, ognuno fa come vuole/sa/può. Invece così si tende a dire "attenzione, questa persona potrebbe non avere nulla ma, essendo mediterranea, forse esagera, non vi fate condizionare".
      Ovvero si giudica il modo di manifestare il dolore, invece di giudicarne l'eventuale causa, l'origine o il motivo.
      Pessimo metodo e errore enorme in medicina.
      Tanto che, senza dubitare delle tue parole, trovo quest'insegnamento incredibile e dannosissimo.

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    2. "Tanto che, senza dubitare delle tue parole, trovo quest'insegnamento incredibile e dannosissimo."

      Cercherò allora, alla prima occasione, di farmi rispiegare per bene tutta la faccenda. Io la ho appresa appunto chiacchierando con mia figlia, e siccome la cosa non mi interessava particolarmente può ben darsi che abbia preso lucciole per lanterne. Riferirò con più precisione non appena possibile. Non per polemica, beninteso, ma proprio come chiarimento.

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    3. Perché no?
      Sarebbe interessante capire se davvero questo fosse un "insegnamento" accademico (ne dubito), come: "le persone che provengono dal nord Africa tipicamente esagerano e accentuano sintomi insignificanti e quindi il loro problema è quasi sempre da codice bianco". O come spesso accade un "insegnamento" personale, cose del tipo: "beh, se arriva un tunisino ovviamente fallo aspettare perché quelli esagerano sempre", puoi capire la differenza tra le due cose...
      ;)

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    4. Tipo la differenza tra la teoria e la pratica?

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  3. I francesi sembrano avere qualche difficoltà a ricordare di avere una lunghissima costa sul mediterraneo (d'altronde anche per i francesi del nord i francesi del sud sono "terroni"; sarebbe interessante chiedere se la sindrome mediterranea affligga anche i francesi del Midi...

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  4. Da noi è conosciuta come "sindrome del parallelo", senza precisare quale sia il parallelo sotto (o sopra) il quale inizi a manifestarsi. Non mi è però mai sembrata una cosa razzista ma un modo per ricordare che in certi contesti culturali l'esprimere in modo esagerato e teatrale il proprio dolore è la norma e bisogna tenerne conto (della serie che quando cambiano il modo di esprimerlo, diventando più "normali", è perché il dolore sta aumentando ed inizia ad essere insopportabile anziché il contrario). Curiosità: mi era capitaro un anziano che faceva quelli che a suo dire erano i "rumori da ospedale": piccoli lamenti non per il dolore ma perché quando si è in ospedale bisogna fare così...

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    1. bè...ma lui dice che i dottori ridevano e sorridevano fra loro mentre la paziente stava soffrendo comunque molto (doglie). Riderne direi che è molto svilente e comunque troppi pregiudizi i medici col fatto che devono giudicare in fretta

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  5. In queste occasioni ringrazio di aver scelto di fare il veterinario...difficile diventare razzisti con specie che per"natura"sono già divisi in razze ;D

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    1. Dipende... io avevo un chihuahua buonissimo poi ha preso una botta in testa, è stato in coma qualche giorno, e si è svegliato frontalizzato. All'epoca lo avevo portato da vari veterinari, anche specialisti, per vedere se c'era un modo di farlo tornare come prima e gran parte di loro prendeva sotto gamba il problema perché, a loro dire, tutti i chihuahua sono aggressivi... nonostante spiegassi che dalla clinica veterinaria che lo ha salvato avevo portato a casa "un altro cane" insistevano a dire che il repentino cambio di carattere era una mia impressione/suggestione.
      Quindi direi che anche i veterinari hanno l'equivalente canino della sindrome mediterranea.

      P.s. adesso qualcosa ha recuperato e, imparando di nuovo a conoscerlo, raramente mi attacca senza motivo e senza che riesca ad accorgermi dell'imminente comportamento aggressivo... pensiamo (io ed i veterinari) che tutto sommato abbia una buona qualità di vita, seppur diversa dalla vita che aveva prima.

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    2. Più che altro esiste un discorso legato all'ignoranza...dire che un cane non possa aver mutato carattere in seguito e trauma cranico grave vuol dire aver poca conoscenza dell'argomento. Questo credo vada oltre alla sindrome mediterranea.
      Poi per carità io un chihuahua lo approccio con cautela perché spesso mordono però se lamenta dolore non lo sottovaluto.
      La mia poi era una battuta, anche fra le razze dei cani esiste quella più stoica e quella più sensibile e spesso, al contrario dell'episodio raccontato, si da più retta a chi manifesta di più piuttosto che al soggetto più resistente e questo è un problema enorme.

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  6. Beh, veramente, da traduttore veterinario e da ex presidente dell'Associazione Italiana Criceti ONLUS (esiste, ve lo giuro), mi permetto di dire che c'è un qualcosa di affine al "razzismo" anche da parte di veterinari e di gente in genere nei confronti delle varie specie animali...

    Tanto per dirne una, se provi a dire che fai parte dell'associazione per la tutela dei cani (tanto per dirne una), moltissimi sono contenti e ti fanno i complimenti. Quando dicevo che ero il Presidente dell'Associazione Italiana Criceti di solito sorridevano, alcuni apertamente mi dicevano che scherzavo e non ci credevano. E addirittura alcuni veterinari erano superficiali sulle diagnosi (te lo dice uno che non ha esitato a spendere 170 euro per far operare una cricetina e per mandare un reperto istologico in laboratorio per farlo esaminare). Difficilmente, se il paziente è un costoso cane di razza o un cavallo, il veterinario agisce in maniera altrettanto superficiale.

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  7. Una curiosità: come si interseca questo tema con quello di genere? Capisco che in questo racconto si facciano solo esempi di donne perché si parla di reparti ginecologici, ma potrebbe essere in gioco anche una forma di svalutazione del dolore femminile? Ultimamente se ne legge. Grazie.

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    1. Ovviamente il legame tra questa storia e la medicina di genere è vago, la sindrome mediterranea (per quanto ho visto) varrebbe anche per gli uomini. Ma la sindrome "femminile" (quindi un'invenzione basata solo sul sesso del paziente) esiste. Perché il concetto della donna che soffrirebbe "meglio" e "sopportando" più dell'uomo è un concetto pseudomedico ben definito.
      Basti pensare alle possibilità di ridurre il dolore da travaglio di parto (che è un dolore importante) sempre avversate e, mistero dei misteri, soprattutto da altre donne.
      Ne ho parlato a lungo e sempre con risvolti sorprendenti.

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    2. Mi piace - anzi non mi piace affatto - il ragionamento "sopporta bene il dolore-> niente analgesia" invece di quello che si farebbe normalmente "sopporta bene il dolore -> bisogna fare particolare attenzione"...

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  8. @salvo: nella mia esperienza invece il dolore delle donne è sottovalutato perchè sono "piagnone", quindi non si danno antidolorifici perchè le donne esagerano a priori, mentre l'uomo è stoico e non si lamenta anche se è devastato e quindi merita tutte le attenzioni del mondo (un po' come la leggenda che le donne fanno sempre pipì, poi stranamente in strada ci sono solo vespasiani che una donna non può certo usare).
    in effetti le manifestazioni del dolore sono molto soggettive: ho visto omoni grandi e grossi contorcersi per il dolore da venopuntura (e io ho la mano delicata...) e donnini microscopici sopportare senza battere ciglio procedure invasive (per dire, mia zia fece la gastro senza anestesia locale per l'inserimento dello strumento, che ora io non l'ho mai subita ma non credo sia esattamente divertente). dipende molto dalla... conformazione psichica del soggetto, immagino. certo è che se il paziente si contorce per un prelievo (non per fobia dell'ago, quella come tutte le fobie è irreprimibile) qualche dubbio sulla sua resistenza al fastidio (che il dolore è altra roba) mi viene :)

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    1. Facendo anche procedure invasive (in ginecologia) ho un'idea abbastanza precisa di cosa significhi "il dolore è soggettivo". Lo stesso esame, fatto dalla stessa mano (la mia), certo, spesso in situazioni diverse ma evoca nessun dolore ("già fatto? Davvero?") al dolore insopportabile (dopo 2 secondi dall'inizio). Io non posso giudicare PERCHÈ quella donna abbia dolore, ce l'ha, punto.
      Il fatto di dover a tutti i costi "giustificare" il dolore con "colpe" della persona (è donna, è uomo, è viziato, è debole...) non è un compito del medico né può aiutarlo (anzi!) nel suo lavoro.

      IMHO.

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    2. beh, direi che una procedura ginecologica e un prelievo sono leggermente diverse come manovre e come probabilità di causare dolore. a me è capitato di dover letteralmente inseguire il braccio appena punto (che poi se ti muovi è peggio) e con una siringa radioattiva in mano non è divertente, oppure di avere i timpani crivellati dalle urla (sempre per una endovena. con ago piccolo, 23G di solito), e ripeto non mi riferisco a persone con la fobia degli aghi (che di solito si limitano a non guardare o avvisano che rischiano di farsi una crisi vagale e allora li sdraiamo preventivamente).
      in ogni caso questo lavoro lo reputo molto interessante
      https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30084006
      ora non l'ho sotto mano in estenso ma l'ho letto durante la preparazione per un concorso. in pratica dice che le donne cardiopatiche hanno un outcome peggiore rispetto a quello degli uomini con entità di malattia comparabile anche perchè hanno più spesso sintomi classificati come "atipici" e spesso vengono sottovalutate dai cardiologi curanti, tant'è che stanno venendo fuori dei nomogrammi differenziali per valutare il rischio CV in uomini e donne (altri fattori implicati sono ad esempio il diverso pattern di malattia, che nelle donne è più spesso microvascolare e meno suscettibile di rivascolarizzazione, e il fatto che nelle donne spesso la terapia è meno "spinta" che negli uomini).
      peraltro cmq il dolore va valutato criticamente, sennò cosa facciamo, diamo oppiacei a tutti? anche per un prelievo?
      a me dispiace fare male, anche se a volte è inevitabile (alcune mie procedure sono dolorose, molto poche per fortuna e per poco tempo, ma non posso fare nulla per evitare il dolore il paziente), e cerco sempre di garantire il maggiore comfort possibile, anche perchè un paziente che non ha dolore sta più fermo e garantisce un esame tecnicamente migliore, ma si deve riconoscere che alcuni... ecco diciamo che hanno una soglia bassa. molto, molto bassa.

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    3. peraltro cmq il dolore va valutato criticamente, sennò cosa facciamo, diamo oppiacei a tutti? anche per un prelievo?

      Appunto. Ed è pericoloso valutare carichi di pregiudizi (che siano di natura etnica, sessuale, culturale o altro).
      Io faccio anche pronto soccorso (ostetrico-ginecologico). Tra le tante cause di intervento c'è il dolore pelvico, se dovessi ipotizzare la causa del dolore giudicando le espressioni della paziente (come si lamenta, quanto urla, il viso, le smorfie, le parole...) probabilmente sbaglierei frequentemente. Il dolore è davvero troppo soggettivo, certo che ci sono regole generali, certo che c'è gente che esagera come c'è chi mantiene la calma fino alla fine ma proprio per questo non deve esistere una sindrome (di questo parliamo) legata alla provenienza, non solo non c'è base per dirlo ma è molto pericoloso (per i pazienti e per noi) pensarlo.

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  9. Nell'attesa di poterne riparlare con la figlia (attualmente in vacanza), mi è venuta la curiosità di fare qualche ricerchetta google per conto mio. La stragrande maggioranza dei risultati in Germania portano a siti non medici ma piuttosto politici, sociali ecc., che denunciano la cosa come un cliché razzista ecc. Però ho scovato anche uno studio medico, tra l'altro proprio focalizzato su problemi ginecologici:

    https://www.thieme-connect.com/products/ejournals/abstract/10.1055/s-2007-972099

    di cui posso leggere solo il sunto, che dice:

    "Interviste con 486 donne, tra cui il 30% di turche. (a) Dolore nella vita quotidiana: le denuncie di mal di testa e dolori muscolari sono state presentate molto più frequentemente da migranti di origine turca / curda che da donne tedesche. (b) Intensità del dolore: solo le donne immigrate più anziane hanno ottenuto punteggi più alti rispetto alle pazienti tedesche. (c) regioni di origine del dolore: le donne immigrate, e in particolar modo quelle più anziane, hanno indicato molte più regioni dolorose rispetto alle pazienti tedesche.

    Conclusioni: sia l'interpretazione del dolore sia la sua espressione sono condizionate socio-culturalmente. Le differenze tra immigrati e pazienti indigeni dovrebbero portare a una maggiore considerazione della situazione di vita e degli stress specifici durante la diagnosi e la terapia."

    Non so cosa si debba pensare di questo studio, ma la frase "sia l'interpretazione del dolore sia la sua espressione sono condizionate socio-culturalmente" mi sembra assai significativa.

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    1. E immaginare che queste donne avendo svolto più probabilmente lavori manuali faticosi e abbiano avuto un accesso minore all'assistenza, o per il loro contesto si siano curate di meno, e quindi davvero abbiano più centri del dolore ?
      PS: non ho avuto modo di leggere l'articolo

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    2. Dice quello che ho detto nel post (e ho messo anche un link di riferimento). Il fatto che persone straniere o immigrate possano esprimere in maniera apparentemente diversa il dolore non dipende dal fatto che siano nigeriane, tunisine o hawaiane ma, probabilmente, da molti altri fattori, i pochi studi sembrano suggerire il contesto culturale e sociale.
      Persone spesso sole, spesso disagiate, molte volte depresse (lontananza da casa, dalla famiglia), povere, in condizioni fisiche non ottimali. Con una situazione famigliare difficile, con difficoltà economiche, difficoltà linguistiche e tanto altro. Questo può bastare per rendere diverso il modo di presentarsi o di esprimersi?
      Sembra di sì. Ma non è la provenienza o la nazionalità a condizionare il dolore, può essere il contesto a far sì che il dolore diventi un mezzo per comunicare.
      Questo quindi conferma non solo che non c'è (perché non c'è, non esiste) una "sindrome mediterranea" (non dimentichiamo che per i francesi anche noi italiani ne saremmo affetti) ma nemmeno una sindrome da esagerazione dei sintomi. Il dolore è un segno soggettivo e, come tutte le cose soggettive, ognuno sa la sua storia e la esprime come capita.
      Se hai subìto dieci rapine a casa e domani suonassi alla tua porta, la tua diffidenza la vedresti come una malattia dal nome "sindrome di diffidenza cieca" o come ovvia diffidenza dovuta alle esperienze precedenti?
      ;)

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  10. A me una volta al PS 'sgridarono' perché avevo dolore e non lo dicevo.

    Mi ci ero recato per dolori al petto, ero già sotto osservazione e mi avevano fatto velocemente tutti gli esami di rito, non mi sembrava il caso di ripetere ogni secondo che avevo male al petto...
    Invece in questo caso forse volevano sapere se stava passando o era ancora presente, parlando di presumibile interessamento cardiaco forse erano preoccupati pure loro.

    In ogni caso finì tutto con... un pneumotorace spontaneo iperteso molto violento e pericoloso.
    E ne uscirono pure, nei controlli successivi, extrasistoli come se piovessero.

    Me tapino! :)

    Molto particolare come della Sindrome Mediterranea, in google italiano, non venga fuori traccia, da quello che ho visto.
    Forse abbiamo più sale in zucca di quanto crediamo; e sono contentissimo di avere medici come Salvo che ragionano in maniera decisamente più 'classica e pragmatica'.

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  11. A proposito della capacità che deve avere un medico di interpretare i dolori del paziente o comunque i sintomi, c'è un bellissimo episodio di Black Mirror dove viene raccontata come una storia nella storia, di un medico che collauda e utilizza un apparecchio che gli permette di "sentire" tutto quello che un paziente sente... e i risvolti sono molto inquietanti in pieno stile Black Mirror... La puntata è "Black Museum"...

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    1. Grazie delle dritta, stasera me lo guardo. :)

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  12. Se due individui si presentano al pronto soccorso lamentando entrambi un dolore addominale non ben precisato, ma il primo lo comunica compostamente mentre il secondo urla, si contorce a terra e invoca la Madonna...chi riceverà maggiori attenzioni e verrà soccorso per primo? Possibile che siano considerati allo stesso livello?

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    1. chi riceverà maggiori attenzioni e verrà soccorso per primo?

      Non è facile rispondere. Proprio perché il dolore è un sintomo soggettivo, il medico in genere si serve della sua esperienza (e anche gli addetti al triage, molte volte).
      Se la signora si contorce o sta zitta, bisogna chiedere sempre quale sarebbe il problema, una breve anamnesi iniziale insomma, che spesso risolve il "mistero". Si soccorrerà prima chi potrebbe avere il problema più grave.
      Certo, a parità di problema (un dolore generico del quale non si riesce a capire l'origine) il buon senso dirà di soccorrere prima chi si lamenta di più ma in questo non c'è nulla di male, alla fine sarà la visita a risolvere tutto.
      Ribadisco però che un medico con esperienza in genere capisce se il problema è grave o meno e non sottovaluterà nemmeno chi dice di avere un dolore ma non si lamenta per niente.

      Il punto non è questo ma quello che la paziente che si contorce, se è "mediterranea" sta probabilmente fingendo, se non lo è probabilmente no. Cosa che non ha riscontri né reali né scientifici.

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  13. Dalle mie parti (profondo nordest) viene chiamata "sindrome calabrolucana" oppure "sindrome del 38° parallelo" (quello di Napoli, talora esteso sino ai Balcani) e nel caso di pazienti autoctoni si parla di "sovrastutturazione", ma è una solenne cretinata priva di fondamento e non raramente fonte di topiche clamorose. Se un paziente sta male, sta male e basta, indipendentemente dal modo in cui esterna la propria sofferenza; il nostro compito è comprenderne la causa e provvedervi, senza tanti distinguo.

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