lunedì 2 febbraio 2015

Munchausen

Aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Dalla storia (romanzata) del barone di Munchausen, prende il nome una patologia psichiatrica poco nota ma molto affascinante nella sua drammaticità.
Il barone di Munchausen era un nobiluomo tedesco nato nel 1720, era talmente abituato ad inventare storie fantastiche ed avvincenti sulla sua vita che qualcuno ne fece anche un romanzo. Sono proprio la fantasia eccessiva (patologica) e le caratteristiche di queste persone, che delineano una grave e relativamente rara forma di malattia mentale: la sindrome di Munchausen.

Il soggetto con questa malattia si inventa disturbi, sintomi, addirittura si procura lesioni o ferite, per attirare l'attenzione. Ha un fortissimo bisogno di vicinanza, empatia, vuole sentirsi confortato, curato, ha bisogno di legami affettivi che, spesso assenti nella vita quotidiana, sono cercati in ambienti medici, ospedalieri o legati al mondo della salute. Per questo motivo la persona affetta dalla sindrome inventa continuamente nuovi disturbi, esegue esami che prova a falsificare (così da creare delle anormalità), pratica autolesionismo (ferite, ematomi, tagli), si reca dal medico e racconta con dovizia di particolari i suoi disturbi che non hanno soluzione (né il malato la cerca).
Sono conosciuti diversi casi di sindrome di Munchausen, spesso scoperti in ritardo perché gli individui che ne sono colpiti non manifestano segni di squilibrio, possono avere una vita sociale e quotidiana assolutamente normale e sembrano sinceri nelle loro manifestazioni. Ancora più sorprendente è una forma di questa patologia, la sindrome di Munchausen per procura (MSP, Munchausen syndrome by proxy).
In questo caso l'individuo cerca di attirare l'attenzione creando uno stato di malattia nei figli (quasi sempre, in ogni caso in persone vicine). La "malattia" dei figli può essere del tutto inventata, con sintomi diversi, scollegati, poco chiari, ma anche reale ma causata da chi è affetto da MSP. Si tratta quasi sempre di abusi sui bambini, spesso molto gravi, raramente su anziani o altri individui ed è evidente una maggiore incidenza sulle donne: madri che "ammalano" i bambini per sentirsi protagoniste. In questi casi le madri non si limitano ad "inventare" sintomi, ma possono agire anche direttamente per provocarli, con avvelenamenti, manipolazione di esami (che così dimostrerebbero le preoccupazioni che il soggetto mostra di continuo), lesioni fisiche, omicidio.

Sono noti diversi casi clinici e la cosa che colpisce di più è che le protagoniste (prendiamo in esame il caso più frequente, quello delle madri affette da MSP) non manifestavano particolari stranezze, anzi, erano considerate dal personale medico che seguiva i bambini "malati", affettuose, attente, collaborative e questo, con il senno di poi, era un segno della malattia. Queste donne partecipavano alle decisioni mediche, erano informate, aggiornate, spesso decidevano le terapie migliori e spiegavano dettagliatamente e con precisione i disturbi dei figli. Questo naturalmente le rendeva credibili, attirava su di esse l'ammirazione e l'affetto del personale (medici, infermieri, psicologi) che curava i figli che anzi accettava e gradiva l'enorme partecipazione della madre diventando in un certo senso anch'esso "dipendente" dalla persona con MSP perché rappresentava l'unica fonte apparentemente attendibile di notizie riguardanti il "paziente". La scoperta degli abusi quindi, diventava non solo uno shock ma quasi una fonte di imbarazzo, per aver creduto e addirittura essersi basati sulle affermazioni false di qualcuno.
La persona affetta da questa sindrome cerca in tutti i modi di esporre il proprio bambino (anche se, come detto non è per forza un minore ad essere vittima dell'abuso) in pubblico, cercando così di attirare su sé stessa (non su suo figlio) attenzioni e compassione. Lo definisce senza problemi né pudore "malato", "sofferente", "moribondo", drammatizza qualsiasi episodio lo riguardi e molto raramente mostra segni di sofferenza o disperazione, anzi, una caratteristica comune è quella di mostrarsi come "madre dignitosa", che "soffre dentro", aumentando così la stima che riesce a raccogliere. In alcuni casi questo comportamento è legato ad un conflitto con il partner, tendente ad ottenere un senso di colpa in un marito poco attento e vicino quando non una vera e propria vendetta per torti subiti nel rapporto di coppia, in altri è presente un periodo infantile povero di affetti. Tra le altre caratteristiche degli individui affetti da MSP può esserci quella di essere particolarmente attirato dagli argomenti medici, sono persone di cultura medio-alta, leggono tanto, si aggiornano e frequentano siti internet e forum. In alcuni casi si è notato come queste persone cercassero di condizionare anche "a distanza" i loro contatti inventando malattie già dal nome e volendo apparire, a tutti i costi, come esperti di determinate patologie, anche senza averne i titoli.
C'è una caratteristica precisa e comune a quasi tutti questi casi: quando il bambino è lontano dalla madre i suoi sintomi migliorano o spariscono. Per capire la gravità del problema, basti pensare che sono noti casi nei quali una madre somministrava alla figlia sostanze emetiche (che provocano nausea) per farle vomitare o addirittura prelevassero del sangue facendolo bere al bambino in modo da far sospettare un'emorragia interna.


Altre volte anche il rincorrersi di "peggioramenti" e "miglioramenti" è completamente deciso dal genitore, è lui che "gestisce" i sintomi, li programma, decide i ricoveri, le terapie, contatta il medico più adatto in quel momento, stabilisce una tattica "comunicativa". Sembra esserci anche una costante riguardo le terapie scelte dalla madre, spesso alternative, non efficaci, che prevedono lunghi viaggi o spostamenti, difficoltose. Questo rende la "battaglia" della madre ancora più eroica, ammirevole e suscita una naturale solidarietà, tanto che spesso queste persone diventano personaggi pubblici, simbolo di madri che lottano per un diritto.
La cosa più drammatica è che la complessità dei casi e le difficoltà a comprenderne la gravità, rendono difficile l'identificazione di questo tipo di problema. In un caso conosciuto una donna statunitense fu condannata a 25 anni di prigione dopo la morte del suo nono figlio. Solo il primo morì di morte "naturale" (per infezione) e la commozione, la vicinanza e la solidarietà ricevuta dalla donna per questo enorme lutto la portarono a ricercare con insistenza il ripetersi di questi eventi. Uccise tutti i figli che ebbe dopo il primo ma per una serie di coincidenze, solo nell'ultimo caso un medico si insospettì facendo arrestare la donna che poi confessò senza difficoltà i precedenti infanticidi.
La sindrome è molto complicata e difficile da spiegare.
Può aiutare la conoscenza del fenomeno raccontare alcuni casi piuttosto noti.

Il caso di Jennifer

Jennifer era una bambina che subì una serie di ricoveri in ospedale per diversi problemi di salute, anche gravi. Soffrì in periodi diversi della sua infanzia di problemi gastrointestinali, epilessia, immunodeficienza, febbre, gravi sintomi neurologici ed infezioni urinarie. Nonostante i sospetti di parte del personale sanitario, nessuno si prese la responsabilità di accusare la madre di essere all'origine di quei disturbi, fino a quando proprio la donna, com'era abituata a fare, inviò un campione di sangue della figlia ad un laboratorio all'insaputa dei medici dell'ospedale; anche questo era un segno della sua malattia: la continua ricerca di una "causa" per i problemi della figlia aiutò gli investigatori a scoprire la realtà. Furono proprio quelle analisi che rivelarono la presenza, nell'organismo della piccola, di un farmaco antiepilettico (Tegretol) e di ipecacuana (una sostanza che causea nausea e vomito). La donna ormai era parte integrante dell'equipe ospedaliera perché si era guadagnata, grazie alle sue attenzioni ed alla presunta competenza medica acquisita con gli anni, la fiducia dello staff sanitario. Arrivava anche a compilare dati medici e modificare la cartella clinica della figlia (con il personale consapevole di questo). Qualcuno notò che la bambina stava molto meglio quando la madre era assente mentre era preda di pianto e disperazione quando la donna tornava da lei. Si arrivò a circa 200 ricoveri, oltre 40 interventi chirurgici, intervallati da episodi di grave sofferenza da parte della bambina che almeno due volte fu in pericolo di vita.
Il caso diventò noto, ne parlarono i giornali, la madre iniziò una raccolta fondi per pagare le cure della piccola dichiarandosi ormai stremata dal punto di vista finanziario, personaggi locali e noti sportivi lanciarono degli appelli e la donna arrivò ad incontrare Hillary Clinton, moglie dell'allora presidente statunitense. La donna iniziò a diventare anche aggressiva, lamentandosi delle cure che riceveva la figlia, dichiarando che era per merito suo se la bambina era ancora viva, denunciando il reparto dove la piccola era stata ricoverata.

In un episodio, accaduto durante uno dei tanti suoi ricoveri, la bambina, nonostante la nutrizione parenterale (artificiale, tramite una sacca esterna) mostrava gravi squilibri della nutrizione ed in un altro fu colpita da due forti infezioni, da batteri diversi, una proveniente da una flebo ed una dal catetere urinario. Quando un medico affermò che, data la rarità di quelle infezioni e la loro particolarità, c'era una forte probabilità di un intervento esterno, i sospetti sulla madre si fecero pesanti.

A quel punto il personale ospedaliero segnalò i suoi sospetti agli investigatori che approfondirono il caso e, trovando riscontri, avvertirono i magistrati che disposero l'allontanamento della bambina dalla madre. Durante le indagini i ricoveri della bambina continuarono, così come i suoi malesseri, fino a quando la madre non fu arrestata e la bambina ricoverata di nuovo in ospedale. Dal momento dell'arresto della madre la piccola registrò un miglioramento costante e veloce delle sue condizioni, non ebbe più bisogno della nutrizione parenterale, dei cateteri e delle flebo, non ebbe più episodi di epilessia ed infezione, si nutriva regolarmente ed anche l'umore tornò regolare.
La madre fu sottoposta a processo nel quale i suoi difensori cercarono di addossare tutte le colpe al personale medico dell'ospedale in cui la figlia era stata ricoverata e dopo diverse udienze cariche di tensione e drammatiche, fu condannata per abuso su minore.
Di casi simili se ne conoscono diversi, alcuni non arrivano nemmeno nella cronache di giornale ma quando arrivano coinvolgono emotivamente per la crudezza e l'assurdità dei comportamenti.
Un caso che sta facendo discutere in questi giorni in America, vede accusata una madre per la morte della figlia, l'accusa è quella di averle fatto ingerire notevoli quantità di sale (cloruro di sodio) provocandole uno stato tossico cronico, fino alla morte, è una storia simile a tante altre accadute in parti del mondo distanti tra loro (per dimostrare come i fattori culturali sono poco influenti in questo tipo di fenomeni).

Sara Rose Dillard-Lubin 

La venticinquenne americana Sara Rose porta il figlio di 4 mesi al pronto soccorso. Dice di averlo trovato in condizioni pessime all'improvviso, subito dopo essersi svegliata per allattarlo. I medici ricoverano il bambino che presenta respiro superficiale e stato soporoso. Controllando i dati si scopre che già due volte, subito dopo la nascita e poche settimane dopo, la donna aveva portato il bambino al pronto soccorso per sintomi simili poi risolti. I medici pensano quindi di svolgere controlli tossicologici sul sangue del piccolo.
Si scoprono quindi residui di oppiodi, probabilmente morfina.
Accusata di somministrare farmaci al lattante la donna si difende raccontando di essere sotto antidolorifici e che i farmaci assunti fossero passati tramite il suo latte al bambino ma un'analisi di un campione di latte mostrava come in quello dato al bambino non vi fossero derivati o metaboliti della morfina in piccole dosi ma quantità talmente alte da non lasciare spazio a dubbi: la morfina era stata aggiunta.

Messa alle strette la donna non confessa ma è condannata vista la presenza di prove evidenti. La storia non finisce qui. Dopo essere stata arrestata gli investigatori scoprono che la donna ha fatto la stessa cosa con il primo figlio, qualche anno prima, sempre tramite somministrazione di sostanze stupefacenti. Il suo scopo: attirare l'attenzione di suo marito che, a suo dire, la trascurava.

Amber Brewington

Pittsburgh, un bambino gravemente malato (epilessia, ritardo mentale, autismo, cecità) è ricoverato per infezione in ospedale accompagnato dalla madre. Nonostante le cure dei medici risolvano il suo problema principale, il piccolo sviluppa una serie di sintomi inspiegabili, soprattutto a carico del sistema cardiovascolare e renale. Il comportamento della madre, apparentemente inappuntabile (passa l'intera giornata nella stanza del figlio, pensa a tutto, dall'alimentazione alle terapie), insospettisce il personale del reparto. La donna non gradisce visite in stanza e manda via sbrigativamente chiunque provi ad assicurarsi delle condizioni del bambino.
Un ulteriore ed inspiegabile aggravamento delle condizioni del piccolo, induce il responsabile del reparto ad avvertire la polizia che, con uno stratagemma, piazza delle telecamere nascoste nella stanza di ricovero.
Quello che si scopre è incredibile. La donna stacca il figlio dall'alimentazione artificiale per iniettare soluzione salina in grande quantità. Solo pochi giorni dopo l'installazione della telecamera la donna si accorge di quella presenza coprendo con il nastro adesivo l'obiettivo. In quel momento la polizia decide di intervenire arrestando la donna che confessa dicendosi pentita e motivando il suo gesto con il desiderio di porre fine alle sofferenze del figlio malato.
Il bambino, allontanato dalla madre, migliora quasi da subito, la donna è condannata anche se ottiene i benefici della non completa sanità mentale. In questo caso non sono emersi obiettivi diversi dal danno diretto probabilmente motivato dai problemi psichiatrici della madre.

Lacey Spears

Il bambino di Lacey era diventato una celebrità nazionale. Spesso sofferente, malesseri e degli strani sintomi, avevano causato continui ricoveri in vari reparti di pediatria. I medici non riuscivano a capire il motivo dei tanti problemi e soprattutto di quelli renali, i più gravi. La mamma raccontava la sua storia via internet ed aprì anche un blog nel quale spiegava passo per passo le sue vicissitudini, le sue vicende erano condivise da tanti utenti commossi dalla dedizione mostrata dalla donna nei confronti dei problemi del figlio. Invitata in trasmissioni televisive e radiofoniche, molti si erano appassionati alla sua storia cercando di aiutare la donna anche economicamente. Gli strani sintomi ed il fatto che non migliorassero con nessuna terapia hanno indotto i medici di uno dei reparti di cura nel quale era avvenuto l'ennesimo ricovero in seguito a nuovi sintomi gravi ed inspiegabili a chiedere l'intervento delle forze dell'ordine che, piazzando delle telecamere nascoste nella stanza di degenza del bambino, ormai di 5 anni, scoprirono che la donna somministrava qualcosa al figlio senza comunicarlo al personale dell'ospedale. L'ultima di queste somministrazioni, causa una crisi renale grave con conseguente insufficienza renale che causa la morte del bambino.
Una perquisizione a casa di Lacey scopriva ingenti quantità (36 chili) di scorte di cloruro di sodio (il comune sale da cucina) ed un controllo del computer mostrava come la stessa donna avesse cercato su internet le conseguenze dell'iperdosaggio da sale e gli antidoti.
Il processo si conclude con la condanna a 25 anni di prigione della donna.

Conclusioni

Questa patologia è più frequente di quanto si possa pensare, in uno studio italiano, negli anni 2007-2010, tra i casi ricoverati al policlinico Gemelli di Roma, il 2% potevano essere considerati "inventati", probabilmente con le caratteristiche che abbiamo visto, una caratteristica che accomuna molti protagonisti di queste storie è il loro lavoro, sanitari in attività o in passato o che comunque sono responsabili della cura di una persona (badanti, baby sitter).
Si tratta assolutamente di un quadro delineabile come "abuso" su minore, con molti risvolti sociali, medici, psicologici e giudiziari, la difficoltà principale nell'identificare questi casi è quella del poter discernere un affetto "normale" tra genitore e bambino ed un affetto malato. Fattori come le patologie mentali dei genitori, l'eccessiva presenza di regole, costrizioni, perfezione, rigidità educativa, possono essere fattori di rischio. Un altro ostacolo è la difficoltà nell'ammettere una colpa così grave (in pratica una finzione totale) da parte di una madre.
Una forma particolare di MSP è quella di genitori di bambini con malattie (vere) che tendono ad esagerare o "mostrare" in pubblico la malattia del proprio figlio per un desiderio personale di apparire o di attenzione e la MSP è stata legata alla cosiddetta "sindrome da indennizzo", ovvero le esagerazioni (o l'invenzione di sana pianta) di malattie o sintomi per ottenere un indennizzo economico, il tutto non volontariamente o consciamente ma a livello inconscio (da distinguere quindi dai casi in malafede).
In questi casi si pone anche un altro problema, giudiziario ed etico: sono delitti gravissimi ma è più giusto punire il crimine o curare il disturbo?

Alla prossima.

9 commenti:

  1. Volevo ricordare anche il caso Adelaide Ciotola, in cui una reale patologia della bambina fu ingigantita dalla mamma per ottenere visibilità televisiva ed aiuti economici (non so se si possa parlare però di MSP in questo caso).
    Io punirei comunque i colpevoli.

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  2. Grazie come sempre per l'ottimo lavoro. Volevo solo segnalare che la wikipedia in lingua inglese indica come acronimo MBP o MSBP.
    http://en.wikipedia.org/wiki/M%C3%BCnchausen_syndrome_by_proxy

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  3. Dio che brutte storie. Articolo eccezionale, ma ora sono di malumore. Conoscevo la sindrome ma non ne conoscevo le storie, e non pensavo si potesse arrivare a tanto come nel caso degli otto infanticidi.

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  4. Assolutamente curare il disturbo. Prima che ci sia un colpevole da punire. Anche se capisco sia molto difficile capire dove sia il limite fra il giusto coinvolgimento della madre e la patologia. Questo gravoso compito, temo spetti ai pediatri e agli specialisti. Io rientro alla perfezione nella descrizione della madre onnipresente superinformata e iperpartecipativa . Pur non avendo particolari conoscenze scientifiche, ho seguito congressi, ricerche e ho preso contatti in tutto il mondo. Il fatto che mio figlio abbia effettivamente una patologia non è una scusante . Quando mi sono accorta che i dottori ascoltavano più me e i miei resoconti ( indubbiamente utili finché il bambino non é in grado di comunicare ) che lui e l' obiettivitá dei referti, ho capito che era necessario fare un passo indietro. È che qualche volta ai medici fa anche piacere ( comodo) essere in totale sintonia con i genitori. Almeno quanto fa piacere ai genitori sentirsi "utili" . Per non saper nè leggere ne scrivere, avrebbero dovuto sbattermi fuori dalla porta dell' ambulatorio molto prima che io mi accorgessi di essere superflua.

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  5. Mi è capitato di leggere della sindrome di Münchausen "classica" e della variante "per procura".
    D'altra parte, non ho mai visto né ho sentito parlare di casi vicini al mio ambito allargato.

    Invece ho visto alcuni casi di "sindrome di indennizzo" ... e - rispetto a questi ultimi - arrivo di gran lunga a preferire gli imbroglioni, con il pelo sullo stomaco!

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  6. Un paio di citazioni cinematografiche:

    https://www.youtube.com/watch?v=oEug8JqvXFU

    https://www.youtube.com/watch?v=BTksI6P_Xww

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  7. Domanda: tutti i casi riportati riguardano madri, ma ci sono stati casi in cui è stato il padre a soffrire di questo disturbo mentale?

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  8. ci sono stati casi in cui è stato il padre a soffrire di questo disturbo mentale?

    Sì, descritti ampiamente in letteratura ma sempre definiti "molto complicati da identificare", spesso perché il padre ha un contatto diverso con i figli e "recita" altri copioni. La madre tipicamente quello dell'"infermiera" premurosa, il padre quello del "protettore disposto a tutto". La madre è affettuosa ed attenta, il padre nervoso e "vendicativo" con chi non cura il figlio. La madre piange, il padre grida. Tanto che la difficoltà nell'identificare i casi sta proprio in questo, nella differenza con i casi (femminili) classici.

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  9. C'è un libro che parla di questa sindrome dal punto di vista del figlio che subisce gli abusi: "Malata per forza", di Julie Gregory. La giovane donna racconta di come tutta la sua vita sia stata condizionata dalle malattie e dai sintomi che la madre si inventava, dai ricoveri, dalle medicine, dalle visite, al punto che si era convinta di essere davvero malata. E' riuscita ad uscirne, non senza fatica, dopo aver assistito a una lezione universitaria in cui parlavano proprio della sindrome e che quindi le ha permesso di capire cosa le era successo nel corso degli anni e cosa le aveva fatto le madre. Leggendolo si ritrovano tutti gli elementi descritti in questo post (madre all'apparenza scrupolosa, attenta, affettuosa, molto preparata su argomenti medici e che diventa amica del personale degli ospedali) e anche altri aspetti della sua personalità disturbata.

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